L’incipit di questa settimana è tratto da Isole, uno dei racconti contenuti ne “L’economia delle cose” di Elena Varvello, edito da Fandango nel 2007.
Pensava d’averlo sognato. Era convinta che fosse lui. Camminava sulla neve, lasciandosi alle spalle una linea d’alberi, una massa scura e compatta schiacciata sullo sfondo. Eppure c’era qualcosa che non riusciva a capire. L’eccessiva trasparenza dell’aria, ad esempio, e il fatto che lui sembrasse più giovane. Le camminava incontro lasciando impronte fresche sulla neve. Non faceva nient’altro che camminare, e lei temeva che avesse freddo, perché portava solo una camicia. E anche questo era strano: una camicia, d’inverno. Avrebbe voluto chiedergli dove stava andando. Avrebbe voluto dirgli di tornare a casa. Ecco cos’avrebbe voluto.
Sara non poteva sapere quello che sarebbe successo. Non a quel punto. Appoggiata col gomito all’anta aperta del frigo, guardava le cose sistemate sui ripiani, e un poco di ghiaccio che s’era formato sulla parete in fondo.
Stava pensando alla cena: lasagne, arrosto e torta alle mandorle. Aveva letto la ricetta della torta su una rivista; accanto al testo, c’era una foto: la pasta soffice, il bordo spumoso color miele e una copertura di glassa bianca. Aveva strappato la pagina e l’aveva attaccata con una calamita alla lavagna magnetica accanto al frigo, fra le bollette da pagare e un biglietto d’auguri a forma di palloncino ricevuto dalla madre per il suo ultimo compleanno, firmato da lei – la calligrafia rotonda e precisa della madre – e dall’uomo che stava per sposare.
Chiuse il frigo accompagnando l’anta col piede e scrisse su un pezzo di carta tutto quello che occorreva, battendosi ogni tanto la punta della matita sulle labbra. Aveva addosso una vestaglia di spugna sopra la camicia da notte, un paio di calzettoni di lana e i capelli raccolti con la pinza.
Scrisse tutto, poi versò un po’ di caffè in una tazza e ci aggiunse un cucchiaino raso di zucchero.
“Ti porto il caffè”, disse ad alta voce nella cucina vuota.
Giorgio era ancora a letto, però aveva già acceso la luce sul comodino. Dalle coperte spuntava solo la testa: il viso affilato, gli occhi azzurro chiaro e i capelli castani che stavano ingrigendo. Aveva qualche anno più di lei ma il fatto d’aver superato da un pezzo i quaranta lo lasciava del tutto indifferente — era lei a farsene un problema, a sentire il tempo che passava sedimentarsi sulle ossa, le giunture, i muscoli del collo e della schiena. Era lei a contarsi le rughe nuove.
Si sedette sul bordo del letto e gli diede la tazza.
“Non è troppo caldo, puoi berlo subito”, disse, poi guardò fuori, attraverso le stecche di legno delle imposte. Potrebbe essere notte, pensò. L’oscurità scivolava sui muri della casa, portandosi dietro una musica, pezzi di una canzone spuntati fuori chissà come in tutto quel silenzio.
“Ho in testa una canzone”, gli disse, “ma non riesco a ricordarmi cos’è.”
Giorgio non disse niente, fece soltanto un respiro profondo, sbadigliò e si mise a sedere, appoggiando la schiena alla testata del letto.
“Guarda che fai tardi”, disse lei.
Lui bevve un sorso di caffè, poi fissò la forma dei propri piedi sotto le coperte.
“Oggi non ci vado, al lavoro”, disse, e con la mano libera si sistemò i capelli, li tirò indietro. “Telefona tu e dì che non sto bene, che non me la sento.”
Aveva una ditta che si occupava di riparazione e assemblaggio di computer. Qualche volta lei gli andava a dare una mano: contabilità, fatture da evadere e cose del genere.
“C’è qualcosa che non va?”
Lui la guardò e fece una piccola smorfia di disappunto. “Perché dev’esserci per forza qualcosa che non va? No, non c’è niente. È solo che non penso ci siano problemi, se per una volta sto a casa. O no?”
“Sì, sì, va bene, chiedevo solo. Però potevi dirmelo ieri, almeno non mettevo la sveglia. Potevamo dormire di più.”
“Ieri non lo sapevo. È adesso che mi sento così. Può capitare.”
“Ok, va bene. Nessun problema, ho detto. Bevi il caffè, che s’è già freddato. Telefono io”, disse lei, tornando a guardar fuori.
Nel buio, le sembrava che un vento leggero muovesse le poche foglie rimaste sui rami in attesa d’essere spazzate via.
“A proposito, devo andare a fare la spesa. Mia sorella non viene mai e voglio prepararle qualcosa di buono. Anche se lo so che vuole soltanto parlare di mamma. Ehi”, disse, distendendo le labbra in un sorriso, “potresti uscire con me, se ti va. Potremmo andarci insieme.”
A vederla così, si sarebbe detto che fosse felice, con quel sorriso lungo, acceso, come se lui le avesse proposto di prendere l’auto e andarsene in giro, come se stessero organizzando una gita dopo tanto tempo.
Giorgio bevve quel po’ di caffè ch’era rimasto, poi appoggiò la tazza sul comodino e rimase seduto sul letto, nel suo pigiama grigio coi polsini lisi. Incrociò le braccia.
“Non me lo ricordavo, che venisse qualcuno”, disse.
Sara cercò di continuare a sorridere. Era come se il suo viso si fosse ridotto a quello. Tutto bocca.
“Non è qualcuno. È mia sorella. Non la vedo mai. E te l’ho detto l’altra sera. Che fai, inizi a dimenticarti le cose?”
“Be’, neanche i miei li vediamo mai. È solo una scocciatura. E poi non sono ancora arrivato a quel punto.”
“Lasciamo perdere, non roviniamoci la giornata, d’accordo? Io vado a fare la spesa. Se non hai voglia, non devi venire per forza. Però potresti dare un’occhiata al rubinetto del bagno, visto che sei a casa. Stanotte l’ho sentito gocciolare”, disse lei, poi si aprì la vestaglia e si passò una mano sopra il seno, lungo il bordo della camicia da notte. Giorgio la guardò, poi si mise a fissare l’armadio.
“Va bene, vengo. Non c’è niente di peggio che parlare sempre delle stesse cose.”
“E il rubinetto?”
“Ne dobbiamo discutere adesso?”, disse lui. “E comunque io l’acqua non l’ho sentita. Ma tu che fai, non dormi, la notte?”
Sara appoggiò entrambe le mani sul letto e distese la schiena. C’era qualcosa di strano, fuori, un’ombra fra gli alberi in quell’abbozzo d’inverno.
“Be’, ogni tanto mi sveglio”, disse.
Le capitava spesso, negli ultimi tempi; spalancava gli occhi, andava in bagno senza neppure accendere la luce e quando tornava a letto si metteva a pensare a sua madre, al fatto che si fosse tinta i capelli di una specie d’azzurro e che dicesse di volersi risposare perché si sentiva troppo sola, dopo la morte del marito, e pensava all’uomo che aveva deciso di sposare, uno che aveva conosciuto al circolo, più basso di lei, sempre infilato in giacche dai colori improbabili, un campione di bocce, diceva sua madre, e una specie di malinconia le chiudeva la gola, le pungeva la lingua, impedendole di riaddormentarsi.
“Non me lo ricordavo, di tua sorella”, disse lui, poi si sdraiò di nuovo sotto le coperte e si girò su un fianco.







