Incipit: “Isole” di Elena Varvello

2 04 2010

L’incipit di questa settimana è tratto da Isole, uno dei racconti contenuti ne “L’economia delle cose” di Elena Varvello, edito da Fandango nel 2007.

Pensava d’averlo sognato. Era convinta che fosse lui. Camminava sulla neve, lasciandosi alle spalle una linea d’alberi, una massa scura e compatta schiacciata sullo sfondo. Eppure c’era qualcosa che non riusciva a capire. L’eccessiva trasparenza dell’aria, ad esempio, e il fatto che lui sembrasse più giovane. Le camminava incontro lasciando impronte fresche sulla neve. Non faceva nient’altro che camminare, e lei temeva che avesse freddo, perché portava solo una camicia. E anche questo era strano: una camicia, d’inverno. Avrebbe voluto chiedergli dove stava andando. Avrebbe voluto dirgli di tornare a casa. Ecco cos’avrebbe voluto.
Sara non poteva sapere quello che sarebbe successo. Non a quel punto. Appoggiata col gomito all’anta aperta del frigo, guardava le cose sistemate sui ripiani, e un poco di ghiaccio che s’era formato sulla parete in fondo.
Stava pensando alla cena: lasagne, arrosto e torta alle mandorle. Aveva letto la ricetta della torta su una rivista; accanto al testo, c’era una foto: la pasta soffice, il bordo spumoso color miele e una copertura di glassa bianca. Aveva strappato la pagina e l’aveva attaccata con una calamita alla lavagna magnetica accanto al frigo, fra le bollette da pagare e un biglietto d’auguri a forma di palloncino ricevuto dalla madre per il suo ultimo compleanno, firmato da lei – la calligrafia rotonda e precisa della madre – e dall’uomo che stava per sposare.
Chiuse il frigo accompagnando l’anta col piede e scrisse su un pezzo di carta tutto quello che occorreva, battendosi ogni tanto la punta della matita sulle labbra. Aveva addosso una vestaglia di spugna sopra la camicia da notte, un paio di calzettoni di lana e i capelli raccolti con la pinza.
Scrisse tutto, poi versò un po’ di caffè in una tazza e ci aggiunse un cucchiaino raso di zucchero.
“Ti porto il caffè”, disse ad alta voce nella cucina vuota.
Giorgio era ancora a letto, però aveva già acceso la luce sul comodino. Dalle coperte spuntava solo la testa: il viso affilato, gli occhi azzurro chiaro e i capelli castani che stavano ingrigendo. Aveva qualche anno più di lei ma il fatto d’aver superato da un pezzo i quaranta lo lasciava del tutto indifferente — era lei a farsene un problema, a sentire il tempo che passava sedimentarsi sulle ossa, le giunture, i muscoli del collo e della schiena. Era lei a contarsi le rughe nuove.
Si sedette sul bordo del letto e gli diede la tazza.
“Non è troppo caldo, puoi berlo subito”, disse, poi guardò fuori, attraverso le stecche di legno delle imposte. Potrebbe essere notte, pensò. L’oscurità scivolava sui muri della casa, portandosi dietro una musica, pezzi di una canzone spuntati fuori chissà come in tutto quel silenzio.
“Ho in testa una canzone”, gli disse, “ma non riesco a ricordarmi cos’è.”
Giorgio non disse niente, fece soltanto un respiro profondo, sbadigliò e si mise a sedere, appoggiando la schiena alla testata del letto.
“Guarda che fai tardi”, disse lei.
Lui bevve un sorso di caffè, poi fissò la forma dei propri piedi sotto le coperte.
“Oggi non ci vado, al lavoro”, disse, e con la mano libera si sistemò i capelli, li tirò indietro. “Telefona tu e dì che non sto bene, che non me la sento.”
Aveva una ditta che si occupava di riparazione e assemblaggio di computer. Qualche volta lei gli andava a dare una mano: contabilità, fatture da evadere e cose del genere.
“C’è qualcosa che non va?”
Lui la guardò e fece una piccola smorfia di disappunto. “Perché dev’esserci per forza qualcosa che non va? No, non c’è niente. È solo che non penso ci siano problemi, se per una volta sto a casa. O no?”
“Sì, sì, va bene, chiedevo solo. Però potevi dirmelo ieri, almeno non mettevo la sveglia. Potevamo dormire di più.”
“Ieri non lo sapevo. È adesso che mi sento così. Può capitare.”
“Ok, va bene. Nessun problema, ho detto. Bevi il caffè, che s’è già freddato. Telefono io”, disse lei, tornando a guardar fuori.
Nel buio, le sembrava che un vento leggero muovesse le poche foglie rimaste sui rami in attesa d’essere spazzate via.
“A proposito, devo andare a fare la spesa. Mia sorella non viene mai e voglio prepararle qualcosa di buono. Anche se lo so che vuole soltanto parlare di mamma. Ehi”, disse, distendendo le labbra in un sorriso, “potresti uscire con me, se ti va. Potremmo andarci insieme.”
A vederla così, si sarebbe detto che fosse felice, con quel sorriso lungo, acceso, come se lui le avesse proposto di prendere l’auto e andarsene in giro, come se stessero organizzando una gita dopo tanto tempo.
Giorgio bevve quel po’ di caffè ch’era rimasto, poi appoggiò la tazza sul comodino e rimase seduto sul letto, nel suo pigiama grigio coi polsini lisi. Incrociò le braccia.
“Non me lo ricordavo, che venisse qualcuno”, disse.
Sara cercò di continuare a sorridere. Era come se il suo viso si fosse ridotto a quello. Tutto bocca.
“Non è qualcuno. È mia sorella. Non la vedo mai. E te l’ho detto l’altra sera. Che fai, inizi a dimenticarti le cose?”
“Be’, neanche i miei li vediamo mai. È solo una scocciatura. E poi non sono ancora arrivato a quel punto.”
“Lasciamo perdere, non roviniamoci la giornata, d’accordo? Io vado a fare la spesa. Se non hai voglia, non devi venire per forza. Però potresti dare un’occhiata al rubinetto del bagno, visto che sei a casa. Stanotte l’ho sentito gocciolare”, disse lei, poi si aprì la vestaglia e si passò una mano sopra il seno, lungo il bordo della camicia da notte. Giorgio la guardò, poi si mise a fissare l’armadio.
“Va bene, vengo. Non c’è niente di peggio che parlare sempre delle stesse cose.”
“E il rubinetto?”
“Ne dobbiamo discutere adesso?”, disse lui. “E comunque io l’acqua non l’ho sentita. Ma tu che fai, non dormi, la notte?”
Sara appoggiò entrambe le mani sul letto e distese la schiena. C’era qualcosa di strano, fuori, un’ombra fra gli alberi in quell’abbozzo d’inverno.
“Be’, ogni tanto mi sveglio”, disse.
Le capitava spesso, negli ultimi tempi; spalancava gli occhi, andava in bagno senza neppure accendere la luce e quando tornava a letto si metteva a pensare a sua madre, al fatto che si fosse tinta i capelli di una specie d’azzurro e che dicesse di volersi risposare perché si sentiva troppo sola, dopo la morte del marito, e pensava all’uomo che aveva deciso di sposare, uno che aveva conosciuto al circolo, più basso di lei, sempre infilato in giacche dai colori improbabili, un campione di bocce, diceva sua madre, e una specie di malinconia le chiudeva la gola, le pungeva la lingua, impedendole di riaddormentarsi.
“Non me lo ricordavo, di tua sorella”, disse lui, poi si sdraiò di nuovo sotto le coperte e si girò su un fianco.





Intervista a Elena Varvello

2 04 2010

Martedì 6 aprile Elena Varvello ci parlerà di “Finali e illuminazioni” nella quinta lezione di Incipit.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?

È una domanda a cui credo sia impossibile rispondere in modo articolato. Ci sono decine, forse centinaia, di ragioni diverse. La scrittura e le storie sono una parte di me, tutto qui. Non sono poi troppo diverse dal mio cuore che batte. Sono un altro cuore che batte, semplicemente.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?

Scrivo tutti i giorni, quando non sono al lavoro – e quando sono al lavoro, parlo comunque di ciò che scrivono gli altri. Scrivo dalla mattina fino al tardo pomeriggio, con una pausa molto veloce per mangiare qualcosa, in una stanza da cui, fortunatamente, si vedono alberi e cielo.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?

Una volta pensavo che fosse giusto aspettare. Credevo molto nell’ispirazione. Aspettavo. Adesso, credo soltanto nel lavoro, nella costanza e nel fatto che le cose vanno cercate, con pazienza e tutti i giorni. Anche le storie.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi che serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?

Non posso descrivere il mio lettore ideale.  Credo d’essere io stessa, in fondo, il mio lettore ideale, la parte di me che legge libri e che giudica ciò che legge e che sa essere inflessibile e spietata. Poi, certo, è importante avere qualcuno che legge quello che stai scrivendo. Nel mio caso, si tratta di mio marito, perché anche lui, come me, sa essere inflessibile con quello che scrivo.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?

Pochi, ma adorati e riletti di continuo. Alice Munro, Anne Tyler, Elisabeth Strout, Raymond Carver, Goffredo Parise, Anton Cechov.

Qual è stato il libro che ti ha fatta pensare “anche io voglio scrivere così”? Quello “posso fare meglio di così”?

“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, di Raymond Carver, e “Il sogno di mia madre”, di Alice Munro.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo affronti?

Sicuramente, per quanto mi riguarda, il confronto con una prima stesura. Terribile. La sempre rinnovata scoperta di quanto si sia limitati. L’unica cosa da fare è continuare a lavorare, avere il coraggio di disfare ciò che non va, di eliminare ciò che non serve. Riscrivere e riscrivere ancora, se è necessario. Credo che sia questo il talento.

Come affronti le critiche?

Be’, bisogna imparare ad accettarle, no? Ciascuno di noi se lo dice. Anche se non è semplice, non lo è affatto. Ma col tempo s’impara a ridimensionare le cose, a trattenerle, se è utile, e a lasciarle andare, se non lo è. La scrittura è una partita che si gioca con se stessi, non certo coi recensori.

La tua lezione per Incipit riguarda i finali: ce la presenti in poche parole?

Il finale di un racconto – perché è sul racconto che mi concentrerò – è per me la parte più entusiasmante, sia come lettrice che come scrittrice. Leggeremo alcuni finali molto belli, importanti, ne parleremo, ci ragioneremo su e poi, magari, proveremo a immaginare un finale diverso per uno di quei racconti.

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.

Be’, ma siamo tutti comunque aspiranti.  Pubblicare un libro è molto, molto importante, ma non significa che si smetta di esserlo. Io non ho smesso, almeno. Quindi, per tutti noi aspiranti, l’unico consiglio che mi sento di dare è quello di lavorare duramente e sopportare le delusioni, se ce ne saranno – e ce ne saranno. Esercitare la costanza, la tenacia. Leggere moltissimo, leggere sempre, imparare dai nostri maestri e, fra le loro storie, cercare le nostre. Cercare il nostro sguardo sul mondo. Cercare una voce.

Nota biografica

Elena Varvello è poetessa e scrittrice e ha pubblicato le raccolte di poesie Perseveranza è salutare (Portofranco) e Atlanti (Canopo). Nel 2007, con la raccolta di racconti L’economia delle cose (Fandango), ha vinto il Premio Settembrini ed è stata finalista del Premio Strega, mentre nel 2008 si è aggiudicata il Premio Bagutta nella sezione Opera prima.





Intervista a Giorgio Vasta

24 11 2009

Giorgio Vasta col suo romanzo di esordio entra nei 12 finalisti del Premio Strega 2009. Il suo libro si chiama Il tempo materiale, edito per i tipi di minimum fax. Martedì 24 novembre la lezione di Giorgio Vasta ha il titolo “Scrivere di sé, per sé, per gli altri”.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?

Perché mi è utile dare forma alle percezioni e alle esperienze attraverso il linguaggio. Mi è utile perché da essere umano (organismo, biografia e qualche altra cosa) devo procurarmi degli strumenti per produrre senso. Di sicuro non scrivo perché non potrei fare diversamente o perché mi è indispensabile o per altre ragioni di questo tipo, che in generale mi sembrano automitizzazioni eroiche.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?

Non ho un metodo. Scrivo in casa, quando posso, quando ho terminato il resto del lavoro. Mi capita molto spesso di usare le vacanze.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?

Dell’ispirazione non penso niente, faccio fatica a capire cosa possa essere. Quando ne sento parlare mi sembra un’invenzione utile a far concepire la scrittura come un’azione disponibile solo ad alcuni “ispirati”, come fossero dei prescelti, quando invece credo che la scrittura sia un’azione che ha a che fare soprattutto con la responsabilità. L’ispirazione mi sembra un fumogeno elitario, una retorica strumentale a un tipo di cultura, quella della cosiddetta “vocazione”, che non mi piace.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?Al di là degli interlocutori strettamente editoriali, ci sono alcune persone delle quali mi fido e alle quali domando di leggere quello che ho scritto nel momento in cui penso di avere terminato la prima stesura di un testo. Sono persone diverse tra loro, ognuna mi dà suggerimenti e spunti differenti. Ogni “discorso” su quello che ho scritto, sia quando sono d’accordo sia quando non sono d’accordo, mi è utile perché mi mette nelle condizioni di tornare criticamente, anche facendo molta fatica, su quello che sta sulla pagina. Che la stesura ultima sia il risultato anche di questo dialogo con altre persone è qualcosa che considero molto importante, soprattutto molto bello.
Per rispondere alla prima parte della domanda, non ho idea di chi sia il mio lettore ideale. Il desiderio è che sia, nei limiti del possibile, reale.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Lasciando da parte la letteratura – il discorso si farebbe troppo articolato – e facendo ugualmente un torto al cinema, nomino soltanto due registi: Robert Bresson e Jacques Tati. Entrambi, in modi diversi, attraverso il loro modo di concepire le inquadrature e la recitazione mi hanno chiarito che cosa possa essere una storia e quanto importante sia essere perentori. Non arroganti – l’arroganza è vanità – ma determinati nelle scelte.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?

Credo, in entrambi i casi, nessuno. Non per presunzione o per diplomazia ma perché non mi viene in mente un libro che sia stato da solo germinale rispetto a impulsi di questo genere. Semmai, davanti a un libro che mi è piaciuto molto, e ce ne sono tantissimi, quello che mi viene da pensare è che desidero leggerne altri fatti in quel modo; davanti a un libro che non mi piace mi auguro di non leggerne altri, per lo meno in tempi brevi, dello stesso tipo. Un sentimento imitativo o di superiorità di solito non lo avverto.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?

Per me non c’è tanto un momento preciso – per esempio iniziare o finire o tenere sotto controllo la storia che si sta raccontando – quanto qualcosa che come una membrana contiene tutto il lavoro nel suo complesso. Il momento peggiore non è dunque un tempo specifico ma uno stato d’animo generale nel quale, nei confronti della scrittura, coesistono impulsi opposti – quello alla costruzione e quello alla distruzione, l’impulso alla fiducia e quello allo scetticismo, il desiderio di tenerezza e il bisogno di spietatezza. Riuscire a sostenere psicologicamente questa coesistenza conflittuale, fare in modo che questa membrana non mi si disintegri tra le mani, è di fatto, per me, il problema maggiore da affrontare (e forse non solo nella scrittura).

Come affronti le critiche?

Con molta calma e con una specie di curiosità antropologica. Penso che le critiche siano sempre del tutto legittime, anche quelle approssimative, trascurate oppure lapidarie e offensive. Se poi, a critica espressa, si produce uno spazio di discussione, bene, sta succedendo una cosa utile perché nella frizione tra punti di vista diversi e argomentati si può generare intelligenza delle cose. Se invece questo spazio non si produce, ed è possibilissimo, pazienza: ci si fa una ragione di fatti ben peggiori.

La tua lezione per Incipit riguarda la costruzione di un personaggio: ce la presenti in poche parole?

Nella nostra esperienza quotidiana tendiamo a percepirci come i notai della nostra memoria, i certificatori della sua capacità di contenere verità storiche; i ricordi sono nostri, quindi sono giusti. Soltanto che con questa somma di certezze non si costruisce una narrazione credibile. La disponibilità al meticciato tra memoria e invenzione può essere quello che fa la differenza. Durante la lezione tenteremo una breve esplorazione del modo in cui funziona la nostra memoria (sottraendole qualche certezza) e ragioneremo su alcuni modi in cui una strategica distorsione dei ricordi può servire a dare forma a una storia.

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.

Scrivere con calma e fare in tempo.

 

Nota biografica

Giorgio Vasta vive a Torino dove lavora come editor e consulente editoriale per la BUR. Insegna alla Scuola Holden e presso lo IED.
Collabora con “Nazione Indiana” e cura il progetto Esor-dire, evento dedicato allo scouting letterario che ha l’intento di promuovere la narrativa italiana under 35 e si svolge ogni anno a novembre durante Scrittorincittà a Cuneo. Il suo primo romanzo è Il tempo materiale (Minimum Fax).

Promemoria in conclusione

Giorgio Vasta ci parlerà di come Scrivere di sé, per sé, per gli altri nella sua lezione del 24 novembre, come sempre alle ore 19.30.








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