Intervista a Guido Barosio

18 01 2010

Domani avremo come docente il giornalista torinese Guido Barosio, che affronterà il tema “Veni vidi: la narrativa di viaggio”.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Scrivo per rispondere a una forte esigenza personale, lo faccio ogni giorno per mestiere ma questo non cambia l’approccio. Scrivere ti porta ad un livello di comunicazione diversa con gli altri, ti permette di filtrare meglio emozioni e concetti, allarga il campo degli interlocutori e fissa le parole nel tempo. Con gli anni la scrittura diventa un rito indispensabile e quotidiano.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Per scrivere ho bisogno del silenzio dei miei spazi, non voglio gente intorno e preferisco usare sempre la medesima postazione: il mio tavolo, la mia sedia, la finestra di fronte che illumina la stanza. Scrivo ogni giorno, quando serve e quando sento l’ispirazione. Pur non essendo un fumatore accanito le sigarette sono indispensabili per aiutarmi nella concentrazione… difficile farne a meno, anche se spesso si consumano da sole mentre batto i tasti sul portatile.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Entrambe le cose. A volte l’ispirazione arriva ma non hai il tempo per scrivere, così fissi qualche appunto, qualche frase, in un taccuino che poi viene riaperto al momento giusto. Però, essendo giornalista, ho imparato a fare i conti con i ritmi della professione. Quindi avverto raramente l’ansia per la ‘pagina bianca’ e sono in grado di raccogliere spunti e idee anche a freddo.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Non esiste un lettore ideale a priori, il miglior lettore possibile è quello che riesci a raggiungere innescando sintonie, curiosità, piacere reciproco nella comunicazione scritta e letta. Far leggere il proprio lavoro in anteprima a qualcuno di fidato? Certo, è sempre la cosa migliore. Ma la fiducia deve essere davvero molto ben riposta…

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Inevitabilmente amo i grandi scrittori di viaggio: Ryszard Kapuscinski e Bruce Chatwin su tutti, poi Theodore Monod, Ella Maillart e Antonio Barzini, il più grande reporter italiano dopo Marco Polo. Ma il mio libro preferito in assoluto resta ‘Il signore degli anelli’ di Tolkien, che però, in fondo, è anche uno straordinario libro di viaggio.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
La frase ‘anch’io voglio scrivere così’ non penso di averla mai pensata. Mi sono sempre piaciuti autori anche molto diversi tra loro, e ognuno mi ha insegnato qualcosa. Ma non ho mai sognato di essere il clone di un grande scrittore. Forse la mia prima folgorazione fu per ‘I fiumi scendevano a oriente’ di Leonard Clark; avevo tredici anni e la passione per lo scrivere di viaggi arrivò in quel preciso momento. Oggi amo moltissimo lo stile di Paolo Rumiz, trovo che non tradisca mai le aspettative. Purtroppo ‘posso fare meglio di così’ mi capita di pensarlo sovente; da lettore accanito mi cruccio per le belle idee sprecate da una tecnica e da una narrazione insicura, banale o prolissa. Gli esempi? Sarebbero troppi.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?

“Non esiste un momento difficile in assoluto, esistono dei ‘blocchi’, dei ‘vuoti’, dei momenti dove il fluire della narrazione si interrompe, o incontra un ingorgo. Per superarlo occorre ‘staccare’ un momento, tirare il fiato, lasciare che le idee si rimettano in ordine e tornino ad essere scrittura…

Come affronti le critiche?
Le critiche vanno sempre valutate con attenzione. Occorre distinguere tra quelle pretestuose e quelle realmente costruttive. In assoluto non bisogna temerle, gli elogi generici e scontati sono nemici peggiori…

La tua lezione per Incipit riguarda la narrativa di viaggio: ce la presenti in poche parole?
Affrontare un tema come la narrativa di viaggio meriterebbe in realtà lunghi interventi ed un approfondimento che non si può facilmente sintetizzare in una sola lezione. Cercherò di fornire alcuni elementi e qualche tecnica per tradurre le emozioni e le immagini (che nella narrativa di viaggio sono fondamentali) in parola scritta. In particolare mi concentrerò sull’ordine degli elementi narrativi, un aspetto indispensabile per dare al testo il giusto ritmo.

Per finire, un consiglio agli aspiranti.
“Lo scrivere deve innanzitutto rispondere ad un’esigenza interiore, si tratta fondamentalmente di un piacere che parte da noi stessi e che vogliamo estendere agli altri, la risposta ad un bisogno che va alimentato con la tecnica e l’esperienza. Il mio consiglio? Scrivete ma non fatelo solo per voi stessi, cercate sempre lettori, senza un riscontro concreto resterete solo a metà del cammino.

Nota biografica

Guido Barosio è nato nel 1958 a Torino. E’ giornalista, fotografo, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano on line LaPresse News e dei periodici Milano Magazine e Torino Magazine, è specializzato in narrativa e reportage di viaggio. Ha pubblicato Marocco (White Star/National Geographic), Europa Flying High (White Star) ed è tra gli autori di Cento isole da vedere nella vita (Rizzoli).

Promemoria in conclusione

La lezione di Guido Barosio “Veni vidi: la narrativa di viaggio” si terrà martedì 19 gennaio.





Incipit: “L’Europa vista dal cielo” di Guido Barosio

15 01 2010

Questa settimana l’incipit è tratto non da un romanzo ma da un reportage fotografico di viaggio: la specialità del giornalista Guido Barosio, che martedì 19 gennaio ci parlerà di narrativa di viaggio.

La prua del Mondo, il cuore della storia: l’Europa ha un tale peso specifico dal punto di vista culturale, filosofico, religioso, militare, artistico, economico, politico da rendere apparentemente secondario il suo aspetto fisico. Ed è un errore. Perché proprio nella sua forma, come nella sua posizione, va cercata la spiegazione di un risultato storico unico, suggestivamente irripetibile.
Osservandola dall’alto, o cercandone i confini sul planisfero, rappresenta qualcosa di meno rispetto ad un continente: la sua superficie è un terzo dell’Africa, la metà di ciascuna delle due Americhe, un quarto dell’Asia, anzi proprio dell’Asia appare un’appendice, una grande penisola che si restringe, frastagliatissima, verso l’Atlantico.
Ciò che l’ha resa grande – territorio ideale per lo sviluppo del genere umano – si scopre indagando quella sua formidabile varietà di elementi geografici e climatici allo stesso tempo armonici e contrastanti; condizioni difficili senza essere improbe, adeguatamente stimolanti ed attrattive per le popolazioni che, nei secoli, vi approdarono.
L’uomo ‘non nacque’ in Europa, Lucy fu africana e le tribù primitive giunsero sulle rive del Mediterraneo da altrove, ma nelle sue terre la civiltà prese un ritmo irresistibile che ne condizionò ogni vicenda. Il merito, dicevamo, fu ambientale: due grandi mari interni ricchi di isole ed approdi, il Baltico e il Mediterraneo, trentottomila chilometri di coste, catene montuose imponenti però mai invalicabili, venti propizi, fiumi che costituirono rotte d’acqua ideali per la navigazione, un clima mitigato dalla corrente del Golfo, oscillazioni climatiche sopportabili, piogge e spiagge, animali e ripari.
Un mondo ricco di opportunità e fertile, segnato dalle stagioni e prodigo di sfide misurabili con l’impegno e con l’audacia: un mondo per uomini curiosi e intraprendenti. Un luogo psicologicamente perfetto dove mettersi alla prova, una terra che si lascia solo per cercare avventure lanciandosi dalle sue coste.
Un ‘continente ombelico’ e un confine ideale: le colonne d’Ercole, oltre le quale spingersi giusto per creare un ‘clone ideale’ della medesima Europa: utopie, colonie, imperi, città dominate a distanza.





Sì, viaggiare. E poi, raccontare.

22 09 2009

compassLa mappa non è il territorio, così come la guida non è il viaggio – né il suo racconto.

Questo il tema da cui parte l’articolo di Bruno Ventavoli su La Stampa, «Viaggio nel mondo che non c’è», che sembra  scritto apposta per la nostra lezione sulla narrativa di viaggio.

L’articolo rimanda all’incontro su «Grandi viaggiatori o grandi bugiardi?», che si terrà sabato a Roma nel contesto del Festival della Letteratura di Viaggio (25-28 settembre).

Ventavoli si chiede se sia ancora possibile e se abbia ancora senso questo genere letterario: naturalmente risponde di sì, e noi con lui.

Oggi la letteratura di viaggio non è morta. È diventata solo molto, molto più ardua. Difficile stupire il pubblico globale, perché i margini delle zone vergini si restringono. Non abbiamo più Conrad, i tre uomini di J. K. Jerome, nemmeno Arbasino nell’Italia del boom. Ma non tutto è perduto. La mobilissima umanità continua a scompigliare geografie e città. E si rinnova il reportage tra le roulotte di chi ha perso tutto con i subprime o nelle banlieue dove gli immigrati in Occidente costruiscono nuovi mondi.

Abbiamo sempre fame di altri luoghi: non potendo andare ovunque (spesso non potendo andare da nessuna parte), cerchiamo chi ha visto il mondo per noi e ci sappia mostrare quello che non abbiamo vissuto.
Perché possiamo fare il giro del mondo in dieci minuti con Google Earth, farci guidare dal Tom Tom fin dove regge il segnale (poco, quindi), collezionare Lonely Planet e raschiare il fondo di Internet. Ma l’esperienza raccontata (bene) assume un altro valore, anche con libertà, invenzioni e omissioni.

[Guido Barosio, scrittore e giornalista specializzato in reportage, terrà la sua lezione "Veni vidi: la narrativa di viaggio" martedì 19 gennaio 2010.]








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