Incipit: “Alborán” di Emiliano Poddi

15 10 2010

L’incipit di questa settimana è tratto dal secondo romanzo di Emiliano Poddi, Alborán, uscito nel 2010 per Instar Libri.

Quando cambiava l’acqua agli scalari il nonno non si prendeva il fastidio di immergerli in una vasca più piccola, ma li lasciava a dimenarsi su un tavolo di plastica. Svuotare e riempire l’acquario richiedeva un minuto buono, e per tutto il tempo gli scalari continuavano a dibattersi sulla plastica con quel loro rumore bagnato contro asciutto. Sembravano posseduti dal demonio, ma il nonno aveva un’aria così serafica che io non sentivo pena per i pesci, né mi fece effetto quando spiegai alla maestra questo metodo di pulizie e lei disse che era crudele e inumano. Forse perché il nonno, che era stato in Giappone, mi aveva raccontato che laggiù, se ordini il sushi al ristorante, il cuoco prende un pesce da un grande acquario, ne incide dal fianco un brano di carne bianchissima e lo ributta in acqua ancora vivo; quello, così mutilato, torna a nuotare lasciandosi dietro striature di un rosso cupo. Al confronto la breve apnea cui il nonno sottoponeva i pesci non mi sembrava una crudeltà, semmai un allenamento. E poi ero convinto che sapessero che lui non voleva fargli del male, ma soltanto cambiare l’acqua, forse si ricordavano dell’ultima volta che era successo.

Doveva essere sicuramente così, perché una mattina che il nonno pulì l’acquario e dentro c’era uno scalare nuovo al posto di un altro morto da poco – lo avevamo trovato che galleggiava gonfio, riverso, il ventre bianco a pelo d’acqua –, notai che non appena rimase all’asciutto questo scalare nuovo si scalmanò molto più degli altri, ormai abituati all’escursione sulla plastica; ed era tale la frenesia con cui si dimenava che finì per oltrepassare il bordo del tavolo e volò per terra, dove non smise di agitarsi finché le dita del nonno – pollice e indice – non lo afferrarono con quell’esattezza che era soltanto sua e che lo scalare avvertì subito, nel contatto tra pelle e squame. So che si accorse della precisione delle sue mani, lo capii da come riprese a nuotare una volta che il nonno lo rituffò nell’acqua cristallina. Non guizzava da una parte all’altra urtando le pareti di vetro, non scartava ipotetici predatori con finte e cambi di direzione improvvisi, spostamenti che increspano l’acqua e mandano le bolle in superficie, non muoveva le pupille come fanno i pesci se si sentono minacciati.

Mi sembra ancora di vederlo, lo scalare nuovo, come quando avevo cinque anni: lo vedo che si stacca dall’angolo dell’acquario, lento, determinato a tagliare la diagonale con la sua sagoma piatta come quella di una lama a disco; il disco non è perfettamente rotondo, è appuntito davanti, dove c’è la bocca; negli intervalli del respiro vi luccicano dentini irregolari, che sembrano schegge scalfite da un unico, grande dente; il labbro inferiore sporge in avanti come se fosse ansioso di spartire le acque per primo, e dà allo scalare un’aria eternamente corrucciata, da signora invitata all’ennesimo party che la sfinirà di noia; le bande nere e bianche della livrea le vedo sbiadire, perché per un attimo lo sguardo è disturbato da venature d’acqua, piccole correnti suscitate dal nuoto stesso del pesce,ma poi il disegno torna preciso una volta passate le turbolenze, scivolate via sulle pareti lisce del disco; la pinna dorsale e quella anale, esili e lunghissime, attaccate al pesce da un niente, sembrano alghe cresciute lì per caso, a dismisura, imitando le linee del corpo come se avessero voluto ricalcarle, ma quando queste all’improvviso curvano verso la coda, loro continuano dritte, si allungano nel vuoto d’acqua. Negli esemplari adulti, appena sopra il muso, la zebratura della livrea sfuma in un colore caldo, un giallo di sole che tramonta. Non tutti gli scalari, con lo scorrere del tempo, mutano il colore del dorso. Su quello del nuovo arrivato erano già cresciute minuscole macchie, come efelidi dorate. Mi piaceva vederle scintillare mentre il pesce si dibatteva disperato sul tavolo di plastica.

Non gli succede niente, pensavo. Finché il suo dorso brilla così tanto, finché fa quel rumore di cosa viva sulla plastica non può succedergli niente di male.





Intervista a Emiliano Poddi

11 10 2010

Martedì 12 ottobre parte la terza edizione di Incipit. A inagurarla ci sarà Emiliano Poddi, scrittore e docente di scrittura creativa che ci parlerà dell’uso del tempo in narrativa: flash back, presente e futuribile.

Iniziamo con una domanda “facile facile”… perché scrivi?
In effetti è facile. Scrivo perché mi è necessario, perché mi piace e perché mentre lo faccio mi sento bene.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Scrivo di mattina, sul pc, in una mansarda arancione. Ma immagino che tutto cominci molto prima, quando mi segno un appunto sul taccuino. E forse non basta, perché bisognerebbe risalire al momento esatto in cui un’idea prende forma nella mia testa e io ancora non lo so.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
L’ispirazione è appunto il momento in cui prendo il taccuino, oppure può essere quell’altro, quando qualcosa mi colpisce senza che io me ne renda conto. Credo ci sia un’ispirazione “centrale” che va aspettata, mentre altre piccole ispirazioni nascono lavorandoci su.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi che serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Ho due lettori ideali: il mio migliore amico e la mia fidanzata. Troppo benevoli, si potrebbe pensare. Invece non è così, ma neanche un po’. Chiedete a Camilleri cosa ne pensa di sua moglie come lettrice.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Primo Levi, Sandro Veronesi, Don DeLillo, Philip Roth, Tobias Wolff, Wislawa Szymborska, Alice Munro, Ismail Kadaré, Clint Eastwood, i Cohen, Edward Hopper, Frank Gehry, Bruce Springsteen, Platone, Plutarco, Petronio Arbitro e tanti altri.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anche io voglio scrivere così”? Quello “posso fare meglio di così”?
“Vorrei scrivere così” lo penso ogni volta che un libro mi piace davvero. Per esempio avrei voluto essere io l’autore di questa frase, che descrive un vecchio mafioso italo americano seduto su una sdraio nel suo patio: “Era fragile e maculato, con lo sguardo teso e furtivo di un ritratto ducale”.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo affronti?
L’inizio. Non proprio l’incipit, perché quello ce l’ho già in testa quando mi metto davanti al pc. Parlo piuttosto di ciò che viene subito dopo l’incipit. A volte mi dico: “Bell’incipit. E adesso?”. Lo affronto seguendo la filosofia di Amanda Sandrelli in Non ci resta che piangere. Bisogna “provare, provare, provare, provare…”

Come affronti le critiche?
Mi arrabbio. Poi mi calmo, cerco di capire se sono giuste o no. E se sono giuste mi arrabbio ancora di più (con me stesso).

La tua lezione per Incipit è intitolata “L’estatico del tempo: presente, flash back, futuribile”: ce la presenti in poche parole?
C’è uno scrittore che quando ci hanno presentati mi ha chiesto: “Tu scrivi al presente o al passato?” Mi ha stretto la mano solo dopo che gli ho giurato che preferisco il passato. Questo per dire quanto può essere importante per uno scrittore la scelta del tempo. Leggeremo una poesia in cui il tempo si divide in lunghissimi istanti pieni di pallottole fermate in volo (è una poesia composta molto prima di Matrix). Studieremo un racconto in cui un singolo attimo contiene tutta una vita. E un altro in cui il momento presente è troppo denso e perciò tracima nel futuro…

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.
È stato detto che lo scrittore è uno che si chiude in una stanza semibuia per poi uscirne pallido e barcollante sei mesi dopo, una volta che ha finito il libro. Bisogna sapere che scrivere è molto difficile e richiede impegno, dedizione e amore per ciò che si ha da dire. Altrimenti non vale la pena.

Nota biografica
Emiliano Poddi, brindisino trapiantato a Torino, insegna scrittura creativa, collabora con varie compagnie teatrali e si occupa di radio come autore e regista. Ha pubblicato per Instar Libri Tre volte invano, candidato al Premio Strega e Alboràn.

In conclusione
Prima lezione martedì 12 ottobre ore 19,30 con Emiliano Poddi e la sua lezione sul tempo.





Eccoci: Incipit ricomincia!

6 09 2010

Ormai ci siamo ragazzi!

Il 12 ottobre Incipit riparte con il suo corso di scrittura a più voci e senza spocchia, nella cornice di una delle librerie più attive di Torino, la Massena 28.
10 lezioni, ogni martedì, dalle 19,30 alle 21,30
, sia teoriche sia pratiche, aperte a tutti senza limiti di età.
L’abc della scrittura, raccontato a voi direttamente da scrittori, editor, editori, esperti del settore che vi parleranno di come usare la creatività, come scrivere un racconto, come creare tenendo ben presenti i trucchi del mestiere di scrittore.

Nella sezione I docenti, troverete le bio dei professori di questa edizione. Tra di loro: Marco Drago, Elena Varvello e Giorgio Vasta.
Nella sezione Programma lezioni, troverete il calendario con i titoli delle singole lezioni.
Nella sezione Info e contatti, trovate i modi per iscriversi, chiedere info e le modalità di pagamento.

Ricordate che potete anche partecipare alle singole lezioni a soli 35 euro. Basta prenotarsi via mail un paio di settimane prima.

Il corso comincia il 12 ottobre, le iscrizioni sono aperte fino al 10 ottobre e il corso costa 320 euro.
Chi si iscrive entro il 03 ottobre usufruisce di uno sconto rapidità: 10 lezioni a soli 300 euro!

Che aspettate? Scrivete a incipit.mavi@gmail.com per iscrivervi o chiedere info.





Poesia e personaggio: i seminari di Incipit

10 05 2010

Incipit, il corso di scrittura a più voci ora è anche seminari intensivi. Approfondire taluni argomenti arricchisce la vostra cassetta degli attrezzi di scrittori, vi aiuta a migliorare e a mettere a fuoco errori e tecniche per evitarli. I seminari Incipit sono due, uno sulla poesia e uno sul personaggio.

*********************************

Dominati da Nettuno, seminario di lettura, ascolto e scrittura poetica

docente: Francesca Genti, poetessa autrice di Poesie per ragazze kamikaze (Purple Press)

periodo: sabato 29 maggio 2010 | durata: 6 ore | orario: 10-13 e 15-18

costo: 75 euro | Iscrizioni entro e non oltre: 26 maggio

modalità: letture e commenti a componimenti poetici e laboratorio pratico in classe

Il personaggio: come crearlo e farlo vivere nella narrazione

docente: Marco Lazzarotto, scrittore autore de Le mie cose (Instar)

periodo: sabato 12 giugno | durata: 6 ore | orario: 10-13 e 15-18

costo: 75 euro | Iscrizioni entro e non oltre: 9 giugno

modalità: letture ed esercizi con correzione in classe

*********************************

I seminari si rivolgono a coloro che hanno già esperienza nel campo della scrittura e intendono approfondire determinati argomenti.

I seminari sono teorici e pratici e si tengono in un’accogliente struttura privata a Torino. Per info e iscrizioni: incipit.mavi@gmail.com





Seminari: la novità Incipit per l’estate

26 04 2010

Coi primi caldi, sarete tentati di scrivere meno e abbronzarvi di più. Sbagliato! E’ il momento giusto per approfittare dei seminari di approfondimento di Incipit.

Incipit, il corso di scrittura a più voci ora è anche seminari intensivi.

I seminari sono due, uno sulla poesia e uno sul personaggio.

*********************************

Dominati da Nettuno, seminario di lettura, ascolto e scrittura poetica

docente: Francesca Genti, poetessa autrice di Poesie per ragazze kamikaze (Purple Press)

periodo: sabato 29 maggio 2010 | durata: 6 ore | orario: 10-13 e 15-18

costo: 75 euro | Iscrizioni entro e non oltre: 26 maggio

modalità: letture e commenti a componimenti poetici e laboratorio pratico in classe

——————————-

Il personaggio: come crearlo e farlo vivere nella narrazione

docente: Marco Lazzarotto, scrittore autore de Le mie cose (Instar)

periodo: sabato 12 giugno | durata: 6 ore | orario: 10-13 e 15-18

costo: 75 euro | Iscrizioni entro e non oltre: 9 giugno

modalità: letture ed esercizi con correzione in classe

*********************************

I seminari si rivolgono a coloro che hanno già esperienza nel campo della scrittura e intendono approfondire determinati argomenti.

I seminari sono teorici e pratici e si tengono in un’accogliente struttura privata a Torino.

Per info e iscrizioni: incipit.mavi@gmail.com





Intervista a Stefano Delprete

22 01 2010

Martedì 26 gennaio, ultima lezione della prima edizione di Incipit in compagnia di Stefano Delprete di Instar Libri.

Iniziamo con una domanda facile facile… come sei diventato editor?
Quello dell’editor è uno dei molti lavori che ho fatto nel mondo editoriale. Diciamo che la domanda sarebbe da ribaltare in questo modo: quando hai capito di voler lavorare nell’editoria? La risposta allora sarebbe: prestissimo, da quando mi sono accorto che nella vita mi sarebbe toccato lavorare.

Parliamo del tuo metodo: lavori in tandem con l’autore o preferisci fare degli interventi più “decisi”?
Per me è fondamentale un confronto diretto con l’autore, altrimenti l’editing è inutile e diventa un semplice lavoro di “correzione”. Il lavoro sul testo serve soprattutto all’autore, serve per formare e rafforzare la sua scrittura, serve per il futuro oltre che per il testo in questione. Per  questo motivo è imprescindibile il rapporto umano.

Cosa pensi faccia funzionare un testo?
Non c’è una regola, non esiste una formula matematica per cui un testo funziona o non sta in piedi. Ci sono troppe variabili che intervengono, diciamo che più un autore conosce e gestisce con consapevolezza la variabili del suo romanzo, più il testo ha buone possibilità di funzionare.

In base a quali criteri pensi che un libro sia degno di pubblicazione?
Ci sono molte valutazioni da fare, e non bisogna dimenticare quelle prettamente commerciali. Le case editrici sono aziende che attraverso la cultura devono mantenersi perché questo vuol dire poter continuare con il proprio lavoro di ricerca, la propria autonomia, la propria personalità. Prima di tutto, però, per essere degno di pubblicazione, un testo deve avere qualcosa di unico, deve essere uno sguardo che dà al lettore anche un solo strumento in più per affrontare quello che lo circonda. Basta che sappia dare un nome nuovo a una semplice sfumatura di un colore e che lo faccia per sempre e quel testo è degno di pubblicazione.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Per citare Eco, sarebbe una vertigine della lista… Faccio tre nomi soltanto, tre autori italiani che secondo me sono i pilastri della letteratura del Novecento: Fenoglio, Landolfi, Gadda.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “avrei voluto editarlo io”? E quello “se ci avessi lavorato io, non ne rimaneva nemmeno una virgola”?
Più che libri da editare, avrei voluto avere autori con cui confrontarmi e con cui parlare del loro lavoro di scrittori o editori: incontrare Pasolini, parlare di scrittura con Arpino, scambiarsi opinioni con Vittorio Sereni e Niccolò Gallo. Ecco, questo è il mondo dei sogni. Per quanto riguarda i contemporanei, mi piacerebbe poter lavorare con due autori molto diversi tra loro come Piersandro Pallavicini e Mauro Covacich.
Più che libri da rifare, mi piacerebbe ogni tanto mettere mano a certe alette di copertina, ad alcuni proclami che spesso fanno più male che bene agli autori esordienti…

Quali sono gli errori più ricorrenti in un testo?
La scelta della strada facile, del clichè, del luogo comune. Tutto nasce spesso dalla fretta di voler dire, dall’esigenza espressiva che va a scapito delle esigenze della lingua. Si dimentica spesso che la scrittura è pazienza.

Le scelte dell’editor sono oro colato oppure si può sbagliare?
L’editor sbaglia come e più dell’autore. Semplicemente è uno sguardo altro su un testo. Uno sguardo professionale, attento a certi particolari piuttosto che ad altri, ma uno sguardo assolutamente fallibile per fortuna. La letteratura non è perfezione.

La tua lezione per Incipit riguarda il sistema dell’editoria: ce la presenti in poche parole?
Come dicevo prima, lavoro da anni nel mondo editoriale e ho coperto un po’ tutti i ruoli. Molto spesso chi scrive non sa cosa succede a un libro prima di nascere e cosa poi gli succede subito dopo, non conosce le dinamiche  e i tempi che regolano pubblicazioni e gran rifiuti… Ecco, vorrei spiegare a chi scrive con chi e come, in caso di pubblicazione, dovrà avere a che fare…

Per finire, un consiglio agli aspiranti.
Voglio fare l’elogio della “prima stesura”: liberare la penna da ogni dubbio e lasciarla andare, divertendosi sempre un po’. Per rileggere c’è tempo, così per correggere e per capire cosa si è scritto. Nessun testo può o deve nascere perfetto.

Nota biografica

Stefano Delprete è nato a Cuneo nel 1974. Da undici anni lavora nel mondo dell’editoria. Abita a Torino dove lavora come editor per Instar libri e Blu Edizioni. In passato è stato editor per Alet e per Gribaudo.

Promemoria in conclusione

La lezione di Stefano Delprete “Il sistema dell’editoria: come proporsi e cosa proporre a un editore; le case editrici, le agenzie letterarie, i concorsi” si terrà martedì 26 gennaio.





Intervista a Marco Lazzarotto

13 11 2009

Marco Lazzarotto è uno scrittore torinese dall’immaginario davvero esplosivo e ha riversato tutte le sue idee più folli nel suo esordio per i tipi di Instar, Le mie cose. Martedì 17 novembre Marco ci parlerà di come caratterizzare un personaggio.

Marco LazzarottoIniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Mi sa che invece è la domanda più difficile, e la risposta credo di non saperla: il problema è che l’ho sempre fatto, fin da quando ero piccolo, anche se i soggetti non erano originali, ma si trattava di novelizations dei miei videogiochi preferiti (tipo The secret of Monkey Island, per intenderci), o parodie dei film che amavo (all’epoca adoravo le parodie dei classici della letteratura e del cinema su Topolino). Adesso scrivere è diventato quasi una funzione vitale, come respirare, o forse più un senso, che mi dà la possibilità di captare spunti per potenziali storie da ciò che vedo e che sento. E infatti prendo continuamente appunti.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Non lavoro con un vero e proprio metodo, ma vorrei averne uno, eccome! Purtroppo, essendo un «libero professionista» e non potendo vivere di sola scrittura, cerco di ricavarmi delle sacche di tempo per scrivere; in generale, però, scrivo meglio la mattina, diciamo tra le otto e le undici, dopodiché le mie energie si esauriscono: segno che, alla fine, forse non non sarei in grado di vivere di sola scrittura.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Non credo che esista l’ispirazione ma – almeno stando alla mia esperienza – «momenti sì», in cui le parole si infilano con scioltezza una dietro l’altra, e «momenti no», in cui la stesura di una frase si trasforma in un parto doloroso. Ci vogliono più che altro condizioni ambientali favorevoli: nessuna persona intorno, nessuna distrazione, nessun rumore. In poche parole, solitudine.
Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Ho tre lettori ideali, persone in carne e ossa, a cui penso mentre scrivo, immaginando le loro reazioni. Più che lettori ideali, sono lettori «idealizzati». Li conosco abbastanza bene, ormai, e capita spesso che le loro reazioni coincidano con quelle che ho immaginato; per cui, se nella mia mente reagiscono con perplessità a un determinato punto di un testo, cerco di intervenire affinché la loro reazione, sempre nella mia mente, cambi – ma non è facile.
In generale cerco di far leggere i miei manoscritti a quanti più amici possibile: ognuno di loro, con la propria sensibilità e anche la propria professionalità, può dare contributi importantissimi: ad esempio, ho un caro amico ingegnere che non ama leggere, ma accetta sempre volentieri di dare un’occhiata ai miei manoscritti. I risultati sono spesso sorprendenti: grazie alla sua mentalità «quadrata» trova sempre sviste ed errori di logica nella trama.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Sono davvero tanti, ma se ripenso a Le mie cose, il romanzo con cui ho esordito, devo dire che ad avere lasciato un segno indelebile su di me sono stati Philip K. Dick, Douglas Adams, Don DeLillo, Jonathan Franzen, David Foster Wallace, Tullio Avoledo, i fratelli Coen, Bill Watterson, Six Feet Under

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
Di libri anch’io-voglio-scrivere-così ce ne sono stati molti, che mi hanno chiarito le idee su che tipo di storie volevo scrivere, ma anche su come volevo scriverle. L’ultimo credo sia Lo stato dell’unione di Tullio Avoledo. È un romanzo con un solido impianto narrativo di genere (thriller) che però è anche satira del presente; sa essere al tempo stesso comico e tragico, grottesco e realistico; passa dai piccoli problemi quotidiani legati alla famiglia al grande complotto planetario. C’è tutto: è perfetto.
Per quel che riguarda i libri posso-fare-megli-di-così penso al mio.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
I momenti in cui mi sono trovato più in difficoltà sono stati quelli in cui la trama si ingarbugliava, e non sapevo come venirne fuori. I motivi erano diversi: troppi personaggi, troppe linee narrative, scene che mi sembravano particolarmente incisive o divertenti e verso le quali la storia doveva per forza tendere… be’, credo che la soluzione sia già implicita nelle mie parole: ho dovuto rinunciare, tagliare, snellire. Certo, è dura quando ci si è affezionati a un personaggio, ma alla fine ho sempre provato un senso di liberazione, anche perché da quel momento in poi… le cose riprendevano a funzionare! Bisogna imparare che nulla di quello che si scrive è sacro e intoccabile – e comunque può sempre essere «riciclato» – ma soprattutto acquisire un certo grado di consapevolezza dei propri testi, e chiedersi sempre: «Ma di che cosa parla, questa storia?», «Dove sta andando?». E ammetto che in quei momenti di crisi, quando il romanzo sembrava impossibile da sbrogliare, non avevo affatto le idee chiare.

Come affronti le critiche?
Di natura sono molto permaloso, ma mi sono reso conto che, a parte qualche eccezione, riesco a reagire abbastanza bene alle critiche. Considero la scrittura come un percorso, un’evoluzione continua, vorrei che tra un mio romanzo e l’altro (in termini del tutto ipotetici, visto che al momento ne ho pubblicato uno solo) ci fosse un «salto». Ma dove conduca tutto questo, proprio non so dirlo.

La tua lezione per Incipit riguarda la costruzione di un personaggio: ce la presenti in poche parole?
Con la mia lezione, attraverso la lettura e l’analisi di un passo de Le correzioni di Jonathan Franzen, cercherò di dimostrare come basti davvero poco per costruire un personaggio memorabile: l’importante è saperlo «mostrare».

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.

Prima di tutto non devono inventarsi alibi. «C’ho tutto il romanzo qui in testa ma non ho trovato ancora la voce narrante.» No! Bisogna scrivere, scrivere, scrivere. Tutto si risolve nel momento in cui si scrive. Avere le cose in testa non è scrivere! E poi, una volta che finalmente si è scritto, una volta che si è portata a termine la propria opera, occorrerebbe mettere da parte, almeno per un po’, l’«ansia da pubblicazione». Si sentono spesso domande del tipo: «Come si fa a pubblicare?» o «Ora che ho finito il mio romanzo devo rivolgermi a un agente?», ma quasi mai si chiede: «Come posso essere sicuro che il mio romanzo sia un buon romanzo?» o, più banalmente, «Quand’è che un romanzo può considerarsi finito?».

 








Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.