L’incipit di questa settimana è tratto dal secondo romanzo di Emiliano Poddi, Alborán, uscito nel 2010 per Instar Libri.
Quando cambiava l’acqua agli scalari il nonno non si prendeva il fastidio di immergerli in una vasca più piccola, ma li lasciava a dimenarsi su un tavolo di plastica. Svuotare e riempire l’acquario richiedeva un minuto buono, e per tutto il tempo gli scalari continuavano a dibattersi sulla plastica con quel loro rumore bagnato contro asciutto. Sembravano posseduti dal demonio, ma il nonno aveva un’aria così serafica che io non sentivo pena per i pesci, né mi fece effetto quando spiegai alla maestra questo metodo di pulizie e lei disse che era crudele e inumano. Forse perché il nonno, che era stato in Giappone, mi aveva raccontato che laggiù, se ordini il sushi al ristorante, il cuoco prende un pesce da un grande acquario, ne incide dal fianco un brano di carne bianchissima e lo ributta in acqua ancora vivo; quello, così mutilato, torna a nuotare lasciandosi dietro striature di un rosso cupo. Al confronto la breve apnea cui il nonno sottoponeva i pesci non mi sembrava una crudeltà, semmai un allenamento. E poi ero convinto che sapessero che lui non voleva fargli del male, ma soltanto cambiare l’acqua, forse si ricordavano dell’ultima volta che era successo.
Doveva essere sicuramente così, perché una mattina che il nonno pulì l’acquario e dentro c’era uno scalare nuovo al posto di un altro morto da poco – lo avevamo trovato che galleggiava gonfio, riverso, il ventre bianco a pelo d’acqua –, notai che non appena rimase all’asciutto questo scalare nuovo si scalmanò molto più degli altri, ormai abituati all’escursione sulla plastica; ed era tale la frenesia con cui si dimenava che finì per oltrepassare il bordo del tavolo e volò per terra, dove non smise di agitarsi finché le dita del nonno – pollice e indice – non lo afferrarono con quell’esattezza che era soltanto sua e che lo scalare avvertì subito, nel contatto tra pelle e squame. So che si accorse della precisione delle sue mani, lo capii da come riprese a nuotare una volta che il nonno lo rituffò nell’acqua cristallina. Non guizzava da una parte all’altra urtando le pareti di vetro, non scartava ipotetici predatori con finte e cambi di direzione improvvisi, spostamenti che increspano l’acqua e mandano le bolle in superficie, non muoveva le pupille come fanno i pesci se si sentono minacciati.
Mi sembra ancora di vederlo, lo scalare nuovo, come quando avevo cinque anni: lo vedo che si stacca dall’angolo dell’acquario, lento, determinato a tagliare la diagonale con la sua sagoma piatta come quella di una lama a disco; il disco non è perfettamente rotondo, è appuntito davanti, dove c’è la bocca; negli intervalli del respiro vi luccicano dentini irregolari, che sembrano schegge scalfite da un unico, grande dente; il labbro inferiore sporge in avanti come se fosse ansioso di spartire le acque per primo, e dà allo scalare un’aria eternamente corrucciata, da signora invitata all’ennesimo party che la sfinirà di noia; le bande nere e bianche della livrea le vedo sbiadire, perché per un attimo lo sguardo è disturbato da venature d’acqua, piccole correnti suscitate dal nuoto stesso del pesce,ma poi il disegno torna preciso una volta passate le turbolenze, scivolate via sulle pareti lisce del disco; la pinna dorsale e quella anale, esili e lunghissime, attaccate al pesce da un niente, sembrano alghe cresciute lì per caso, a dismisura, imitando le linee del corpo come se avessero voluto ricalcarle, ma quando queste all’improvviso curvano verso la coda, loro continuano dritte, si allungano nel vuoto d’acqua. Negli esemplari adulti, appena sopra il muso, la zebratura della livrea sfuma in un colore caldo, un giallo di sole che tramonta. Non tutti gli scalari, con lo scorrere del tempo, mutano il colore del dorso. Su quello del nuovo arrivato erano già cresciute minuscole macchie, come efelidi dorate. Mi piaceva vederle scintillare mentre il pesce si dibatteva disperato sul tavolo di plastica.
Non gli succede niente, pensavo. Finché il suo dorso brilla così tanto, finché fa quel rumore di cosa viva sulla plastica non può succedergli niente di male.








