Intervista a Luca Indemini

9 04 2010

Martedì 13 aprile avremo Luca Indemini con la sua lezione dal titolo “Radio e giornalismo”.

Quando hai capito che avresti fatto il giornalista?
La passione è nata presto: in quarta elementare ho dato vita assieme a due compagni di classe al “Provolone”, mensile della sezione B della scuola Don Milani. È durato tre numeri. Dopo altre esperienze alle medie, ho iniziato a vedere la possibilità di “fare il giornalista”, in quarta liceo, quando col progetto “Scrivere il giornale” ho iniziato a collaborare con Torinosette. Poi è arrivata la Radio Flash, varie collaborazioni, alcune continuano tutt’ora. A bene guardare sto ancora cercando di fare il giornalista, perché con la crisi del settore non è poi così facile ritagliarsi uno spazio stabile. Come in molti settori vige un imperativo: precariato.

Ci racconti il tuo metodo, nello scrivere un articolo?
La scrittura di un articolo è divisa in due parti: la raccolta dei dati (intervista, comunicati stampa, presenza sul campo) e stesura del pezzo. Di solito già mentre studio il materiale inizia a formarsi l’idea dell’attacco; curioso, all’inizio era il mio incubo, ora nasce quasi spontaneo. Una volta costruita in testa la struttura del pezzo, inizio a scrivere. Il migliore stimolo a completare il racconto, sono le telefonate dalla redazione che ti chiedono di chiudere in fretta.

E nel preparare la scaletta per un programma radiofonico?
Dopo più di dieci anni di esperienza, molte volte capita di sedersi davanti al microfono senza scaletta e senza pezzi (a Radio Flash, come in tutte le realtà radiofoniche più piccole, il conduttore è anche regista e selezionatore della musica), poi basta la sollecitazione di un ascoltatore o una notizia che hai sentito nel corso della giornata per trovare la strada da seguire. In questo devo dire che Internet ha dato un grande aiuto, perché da un semplice spunto puoi fare ricerche rapide, magari mentre sta andando un brano, e rientrare in voce preparatissimo. Quando il tempo lo permette, la costruzione della scaletta è fondamentalmente incentrata sul tentativo di creare un legame e un equilibrio tra i brani e i temi affrontati, il racconto radiofonico mescola musica e parole.

Quali sono, se ci sono, le differenza tra il giornalismo radiofonico e quello su carta stampata?
Quella fondamentale è legata al tempo. La radio è qui e ora, vai in diretta, racconti l’evento ed è tutto finito. Con la carta stampata il lavoro inizia dove finisce quello radiofonico: solo dopo aver seguito l’evento o realizzato l’intervista, scrivi il pezzo. Ad accomunarli, la presenza di un’unità di misura – tempo in radio, spazio in termini di battute sulla carta stampata – che diventa il limite entro il quale muoverti e ti costringe a scegliere bene le parole, per dire tutto nello spazio a disposizione.

Raccontaci una giornata tipo in radio.
Direi che una giornata tipo in radio non esiste. La radio è fatta di “tempo reale” e quindi imprevisti – l’ospite per l’intervista non risponde al telefono –, e ultime notizie – un’Ansa improvvisa che scompagina la trasmissione o segnalazioni da parte di ascoltatori con lo stesso effetto – che rendono tutte le giornate diverse. La scansione temporale normale però prevede di arrivare negli studi almeno un’ora prima della messa in onda per preparare la musica e i tempi della trasmissione, concordare e confermare interviste e interventi, poi scocca l’ora “X”, si apre il microfono e almeno il 50% di quello che avevi preparato cambierà in corsa…

Cosa pensi dell’ispirazione? Serve anche per scrivere un buon articolo o trovare un buono spunto per una puntata?
Nella scrittura, credo che sia fondamentale per trovare l’attacco giusto ed è assolutamente necessaria se si scrive pensando al lettore e dunque si cerca non solo di dare un’informazione o una notizia, ma anche di renderla piacevole da leggere. Leggendo i giornali si vede che non sempre l’aspetto stilistico viene tenuto in considerazione, ma credo sia un errore. In radio, penso che l’ispirazione sia più che altro come la lampadina di Archimede, ogni tanto si accende una bella idea – spesso mentre uno è in onda – e magari nascono così rubriche o trasmissioni.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
L’elenco sarebbe molto lungo, adoro divorare libri anche molto diversi tra loro. Dovendo citare qualche nome, sicuramente Saramago per il suo stile inconfondibile, e Don Delillo per la sua narrativa estremamente cinematografica. Mescolando musica e racconto, mi piace tantissimo Bruce Springsteen: ha una capacità descrittiva fotografica nei suoi testi. E radiofonicamente direi Jack Folla, col suo Alcatraz su Radio Due ha creato qualcosa di veramente innovativo.

Quali sono i momenti “no” del lavoro di giornalista?
Quando devi seguire un argomento di cui non te ne può importare di meno. Però ti tocca e allora cerchi di farlo al meglio, pensando che tra chi ti leggerà/ascolterà ci sarà sicuramente qualcuno a cui interessa. Questo dal punto di vista lavorativo: più in generale il lungo momento “no” è vedere che ad alto livello girano sempre gli stessi nomi, c’è poco spazio per i giovani e purtroppo non sempre è sufficiente fare bene il proprio lavoro.

La tua lezione per Incipit è intitolata “Radio e giornalismo”: ce la presenti in poche parole?
Quando mi è stato chiesto di pensare a un titolo, pensando all’aspetto radiofonico, mi è venuto “scripta volant”: la scrittura radiofonica è fatta per volare nell’etere e non per restare sulla pagina. Pensandoci anche quella su carta stampata non resta come sui libri, il giorno dopo viene usata per incartare le uova. È una buona palestra per non attaccarsi troppo a quello che si è creato.
L’aspetto principale che le accomuna è la presenza di paletti ben precisi – tempo, spazio, argomento – che ti obbligano a seguire un binario. Credo che sia un esercizio utile, un’ottima palestra per qualsiasi tipo di scrittura.

Per finire, un consiglio agli aspiranti.
Qualunque sia l’aspirazione, continuare ad aspirare, anche dopo le prime difficoltà. In capo giornalistico – credo altrettanto se non di più in quello letterario – non c’è un percorso garantito (meglio le scuole di giornalismo o la pratica sul campo? Devo conoscere qualcuno o inizio a bussare porte a caso?), si deve cercare di entrare dalla finestra e poi fare di tutto per restare dentro. Dunque la passione è il vero motore indispensabile.

Nota biografica

Luca Indemini, classe 1975, vive e lavora a Torino. È autore e speaker di Radio Flash Popolare Network, su cui ogni giorno conduce Flash International, e di Gru Radio. È giornalista de La Stampa.





Intervista a Gian Luca Favetto

8 03 2010

Martedì 9 marzo avremo Gian Luca Favetto per la terza lezione di Incipit, sul tema “Scrivere per leggere e/è condividere”.

Premessa, di Gian Luca Favetto
A domanda, uno che scrive non risponde, racconta. E qui non c’è lo spazio. Per come scrivo io, i miei racconti sono domande, quindi quando scrivo, di solito, le domande le faccio e il lettore, se vuole, risponde. E quelle risposte penso siano a loro volta domande. Penso che con i libri, anzi, meglio, con la letteratura le cose funzionino così: lo scrittore domanda con il libro, il lettore domanda al libro, il libro domanda allo scrittore e al lettore, all’uno con l’aiuto dell’altro.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Non è una domanda facile. Forse è semplice, e la semplicità è la cosa più difficile da raggiungere, e non si raggiunge con una risposta. Si può raggiungere con un comportamento, con un agire, con un verbo. Il verbo in questione è scrivere.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Ci vogliono tre pagine per spiegare, e forse sei per comprendere tutte le ipotesi e possibili varianti. Dipende da una serie di fatti. Comunque, prima annoto molto a mano, su fogli e blocnotes, poi adopero la macchina per scrivere. Poi correggo. Poi riscrivo nel computer. Poi stampo e ricorreggo. Infine inserisco le correzioni con una nuova riscrittura. Più o meno, in genere, va così. Scrivo a voce alta. E mentre scrivo suono.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
L’ispirazione è l’inspirare, poi bisogna anche espirare, altrimenti si muore. L’espirare è il lavoro. Non c’è l’una senza l’altro e viceversa.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
C’è il lettore. E già questo è l’ideale. Faccio leggere a una persona quello che scrivo prima di darlo alla casa editrice. A volte anche a due.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Sono tanti, troppi, e sono nei miei libri.

C’è stato un libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”?
No. Quelli che ho amato mi hanno fatto pensare che stavo bene lì dentro, che avrei voluto appartenere a quel libro, a quel modo di raccontare la storia, essere uno di loro – personaggi e pagine.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
Non c’è un peggior momento. Ci sono, sì, giorni di scoramento assoluto, ma è un fatto, capitano, si superano come si superano i giorni di pioggia o di neve o di sole o di tempesta o di caldo. Se non si superano, si muore, come scrittore e anche come uomo.

Come affronti le critiche?
Dipende.
Uno potrebbe chiedermi: da che cosa?
Eh, aspetto che qualcuno me lo chieda e poi proverò a pensarci e a rispondere, sul momento.

La tua lezione per Incipit è intitolata “Scrivere per leggere e/è condividere”: ce la presenti in poche parole?
No.
Non mi piace l’idea del presentare, illustrare, spiegare, non mi piacciono le poche parole, non mi piace nemmeno chiamarla lezione, è una lezione? Sarà un racconto, un tentativo di viaggio. Ma anche questa appena scritta suona come una sciocchezza. Abbiate pazienza, e scusate.

Per finire, un consiglio agli aspiranti.
Guarda, avevo letto “coniglio” invece di “consiglio”. In effetti, meglio un coniglio di un consiglio: il Bianconiglio di Alice o anche Bugs Bunny. Ascoltali.

Nota biografica

Gian Luca Favetto, classe 1957 è uno scrittore e giornalista torinese.
Collabora con “La Repubblica” e con “Diario”. Ha scritto per la “Gazzetta del Popolo”, “Reporter”, “Sipario”, “L’Indice”.
Ha pubblicato numerosi racconti (per Rizzoli, Mondadori, Stampa Alternativa), saggi, raccolte di poesie e romanzi, tra i quali ricordiamo Tommaso Torelli, inseguitore (Marcos y Marcos), A undici metri dalla fine (Mondadori), Italia, provincia del Giro – Storie di eroi, strade e inutili fughe (Mondadori), La vita non fa rumore (Mondadori), Le stanze di Mogador (Verdenero).
È conduttore radiofonico per RadioRai3, autore televisivo e teatrale e docente universitario di scrittura teatrale.





Incipit: “La vita non fa rumore” di Gian Luca Favetto

5 03 2010

L’incipit di questa settimana è tratto da “la vita non fa rumore” (Mondadori, 2008) romanzo di Gian Luca Favetto, è giornalista e scrittore torinese, che martedì 9 marzo parlerà di scrivere per leggere e condividere.

Sembrava la fine. Se mai è possibile vederla, viverla, esserci dentro fino in fondo, quella era una fine. La sua fine. Poi comincia l’oblio. E la confusione. Luce odori rumori sangue sfregiano i sensi inconsapevoli. Vaghi, prima insinuanti; poi esplosivi, deflagrano in testa. Questa è la notizia: c’è una testa.
Lui non sa ancora a chi appartiene, non ha coscienza di avere una testa. Non sono pensieri, i suoi, ma impressioni sensibili. Una fusione indistinta e brulicante. Un brulichio ottuso a cui è attaccato un corpo.
Lui è un corpo inerme, e duole, lui che ancora non vuole, non può volere, non sa, non è in sé. Però comincia.
Le prime percezioni. Un risveglio tumultuoso. Un boato di luce odori rumori sangue. Riprende contatto con sé, con quello che era, sempre che prima ci fosse già stato, sempre che questa non sia una nascita: si aprono le gambe della madre e lui nasce, in mezzo all’acqua che cola e lo accompagna al so estuario, liquido fuori dal ventre, e nel petto grava un’avida pressione, un incubo, la prima aria che passa, un’esplosione anch’essa, un devastante bruciore.





Incipit a piccole dosi! Lezioni singole a 35 euro

24 02 2010





Incipit: “Fermati tanto così” di Matteo B. Bianchi

22 02 2010

Martedì 23 febbraio riparte Incipit: l’edizione primaverile ha come primo docente Matteo B.Bianchi, che ci parlerà di come scegliere e come farsi scegliere da un editore.
Questo è l’Incipit di “Fermati tanto così”, romanzo del 2002 edito da Baldini Castoldi Dalai Editore.

No, che non ero pronto.
Non ero pronto all’idea di interrompere gli studi, lasciare casa mia, rivoluzionare i miei orari, senza preavviso alcuno. Non ero pronto a un’orda di bambini scatenati e vocianti che mi attraversassero la vita così all’improvviso. Non ero pronto ad adeguarmi agli orari e alla mentalità di un ordine religioso. Non ero pronto a un universo sconosciuto che pretendesse di essere accostato e accolto tanto repentinamente.
Niente affatto.
Ma cosa avrei potuto fare, del resto? Forza dell’abitudine telefonica, semplice distrazione.
La chiamata, subdolamente anomia, era giunta un pomeriggio di studio casalingo. All’altro capo una voce profonda, laconica, ministeriale.
«Qui è il Distretto.»
Militare, aggettivo sottinteso. Ma avevo capito perfettamente di quale distretto si trattasse.
«La chiamamo per informarla che lei domattina alle ore tredici prenderà servizio presso l’Istituto Religioso Valle Azzurra, sito in viale Calabria numero novantasett…»
«Aspetti un attimo, come “domani mattina”? Non è possibile, io non ho ricevuto nessuna comunicazione, nessuna cartolina…»
«Appunto per questo che la chiamo. Le sto dando io la comunicazione. La cartolina gliela spediamo domani.» Potevano farne a meno, a quel punto. Kafkiano paradosso di burocrazia statale. Mi trattenni da farlo osservare.
«È tutto chiaro? Prepari la valigia perché è richiesta la sua presenza in istituto anche la notte.»
«Ma è a soli venti chilometri d qui, non posso tornare a dormire a casa?»
«No, lei risiederà all’istituto per tutto il periodo del servizio civile. Allora, le ripeto, Istituto Valle Azzurra, viale Calabria…»
«Sì, lo conosco.»
Sapevo qual era il posto. Via, numero, città. Io ero uno studente di psicologia in un’università di provincia a pochi chilometri da Milano. Stavo studiando i problemi infantili e le patologie. Volevo fare obiezione di coscienza e impegnarmi in un campo in cui avrei potuto dimostrarmi utile. Quando avevo sentito parlare di Valle Azzurra avevo pensato che fosse il posto adatto per mettere in pratica le mie conoscenze. Così avevo fatto domanda. Mi avevano avvertito che sarebbero passati mesi, forse anche anni prima di una risposta. I tempi di assegnazione sarebbero stati lunghissimi.
E invece.
In quel momento mi era difficile persino visualizzare l’immagine del cancello dell’istituto davanti al quale ero passato così tante volte andando all’università, cercare di concepire che dalla mattina successiva quella sarebbe stata la mia nuova abitazione.
«Be’, se già lo conosce siamo a posto, allora. Arrivederci.»
«Arrivederci.»
E si faceva per dire, dal momento che non ci eravamo, non dico visti, ma neppure presentati. Per tutta la conversazione io ero stato io, ma lui il «Distretto». Più impersonale di così.
Rimasi lì a fissare il libro di Psicologia Sociale spalancato sul tavolo, il blocco degli appunti con le pagine svolazzanti, le penne sparse ovunque, guardando questo abituale scenario di studio con un improvviso distacco e meraviglia, come se già non mi appartenesse più, come se il quotidiano facesse ormai parte di un ricordo.
Sentivo l’angoscia per l’imprevisto salirmi lentamente addosso.
Non ero preparato a un ribaltamento totale e immediato della mia esistenza.
Ma l’inganno era scattato. E io avevo fin da subito dichiarato il falso, quando, alzando il ricevitore del telefono, avevo incautamente detto: «Pronto».






Incipit: “L’Europa vista dal cielo” di Guido Barosio

15 01 2010

Questa settimana l’incipit è tratto non da un romanzo ma da un reportage fotografico di viaggio: la specialità del giornalista Guido Barosio, che martedì 19 gennaio ci parlerà di narrativa di viaggio.

La prua del Mondo, il cuore della storia: l’Europa ha un tale peso specifico dal punto di vista culturale, filosofico, religioso, militare, artistico, economico, politico da rendere apparentemente secondario il suo aspetto fisico. Ed è un errore. Perché proprio nella sua forma, come nella sua posizione, va cercata la spiegazione di un risultato storico unico, suggestivamente irripetibile.
Osservandola dall’alto, o cercandone i confini sul planisfero, rappresenta qualcosa di meno rispetto ad un continente: la sua superficie è un terzo dell’Africa, la metà di ciascuna delle due Americhe, un quarto dell’Asia, anzi proprio dell’Asia appare un’appendice, una grande penisola che si restringe, frastagliatissima, verso l’Atlantico.
Ciò che l’ha resa grande – territorio ideale per lo sviluppo del genere umano – si scopre indagando quella sua formidabile varietà di elementi geografici e climatici allo stesso tempo armonici e contrastanti; condizioni difficili senza essere improbe, adeguatamente stimolanti ed attrattive per le popolazioni che, nei secoli, vi approdarono.
L’uomo ‘non nacque’ in Europa, Lucy fu africana e le tribù primitive giunsero sulle rive del Mediterraneo da altrove, ma nelle sue terre la civiltà prese un ritmo irresistibile che ne condizionò ogni vicenda. Il merito, dicevamo, fu ambientale: due grandi mari interni ricchi di isole ed approdi, il Baltico e il Mediterraneo, trentottomila chilometri di coste, catene montuose imponenti però mai invalicabili, venti propizi, fiumi che costituirono rotte d’acqua ideali per la navigazione, un clima mitigato dalla corrente del Golfo, oscillazioni climatiche sopportabili, piogge e spiagge, animali e ripari.
Un mondo ricco di opportunità e fertile, segnato dalle stagioni e prodigo di sfide misurabili con l’impegno e con l’audacia: un mondo per uomini curiosi e intraprendenti. Un luogo psicologicamente perfetto dove mettersi alla prova, una terra che si lascia solo per cercare avventure lanciandosi dalle sue coste.
Un ‘continente ombelico’ e un confine ideale: le colonne d’Ercole, oltre le quale spingersi giusto per creare un ‘clone ideale’ della medesima Europa: utopie, colonie, imperi, città dominate a distanza.





National Novel Writing Month

31 10 2009

NaNoWriMo 2009Scrocchiate le falangi e scaldate le tastiere: stanotte parte il NaNoWriMo, ovvero il National Novel Writing Month, ovvero una folle maratona di scrittura su internet.

È un progetto americano, nato a San Francisco nel 2000, che però ormai attira partecipanti di tutto il mondo.

I partecipanti sfidano se stessi a scrivere un romanzo in un mese. La gara è contro se stessi, e la vittoria è personale: riuscire a stilare in 30 giorni una prima bozza, battendo il proprio critico interiore. Si tratta di scrivere 1700 parole (circa 10mila battute) ed è un eccellente modo per smettere di sognare di scrivere “prima o poi e per forzarsi a farlo davvero.

Dicono, sul sito:

Valorizzando più l’entusiasmo e la costanza che un lavoro meticoloso, il NaNoWriMo è un programma per la scrittura di romanzi per tutti quelli che per un istante hanno pensato di scrivere un romanzo, ma si sono spaventati per il tempo e lo sforzo richiesti.

Proprio per la limitata finestra temporale destinata alla scrittura, la sola cosa che conta nel NaNoWriMo è far uscire qualcosa. È una questione di quantità, non di qualità. L’approccio da kamikaze ti impone di abbassare le aspettative, correre rischi, e scrivere a ruota libera.

Non temere: scriverai un sacco di schifezze. Ed è una buona cosa. Costringendoti a scrivere in modo così intensivo, ti dai il permesso di commettere errori. Di lasciare perdere i continui aggiustamenti e le modifiche, e semplicemente creare. Di costruire senza demolire nulla.

Proprio perché scrivere è un processo solitario, faticoso e frustrante, può aiutare sapere di non essere soli, e avere qualcuno – in questo caso migliaia di persone, centinaia solo in Italia – con cui condividere l’esperienza, seppure solo virtualmente:

Mentre passi il mese di novembre scrivendo puoi tranquillizzarti pensando agli altri partecipanti del NaNoWriMo, che in tutto il mondo provano gli stessi dolori e gioie scrivendo il Grande Romanzo Frenetico. Gli Wrimo si incontrano per tutto il mese per darsi incoraggiamenti, commiserarsi, e — quando il lavoro è finito — darsi a quella baldoria sguaiata che di solito spaventa animali e bambini piccoli.

Non importa il genere, il tema, la trama, la lingua in cui scrivete. Quello che conta è raggiungere le 50mila parole entro la mezzanotte del 30 novembre (Non c’è alcun rischio che vi rubino le idee, perché i testi inseriti non sono pubblici).

È prima di tutto un ottimo esercizio di scrittura, dove conta andare avanti senza perdersi in revisioni in progress, che a volte sono l’anticamera del blocco.

Potreste pensare di non avere tempo, di non avere l’idea, di non avere il coraggio o le capacità… ma alla fin fine, non rischiate nulla a provarci. Anche decideste di partire tra tre giorni, se anche arrivaste a fine mese con 10mila parole, non sarebbe già un gran risultato, e chissà, magari l’inizio di qualcosa di concreto?





Incipit su La Sesia, Scrittura Creativa e RNC

13 10 2009

RS_09-10-13_LaSesiaSiamo su La Sesia di oggi, a pagina 9.

[Al solito, clicca sull'immagine per leggere l'articolo senza bisogno di una lente d'ingrandimento.]

E, online, Luca Lorenzetti ci ha segnalato sul suo sito Scrittura Creativa.

Siamo anche sul blog di RNC, radio che ci ha ospitato sabato mattina nel corso della trasmissione Voci Fuori Campo. Ops! Non ve l’avevamo detto. Ma presto rimedieremo mettendo online sia l’mp3 di questo intervento che quello di Radio Flash.





Remo Bassini, a proposito di ripetizioni

12 10 2009

[Remo Bassini è un valente giornalista e un bravo scrittore. La sua lezione del 1° dicembre si intitola "Porta chiusa, porta aperta: fare l’editor di se stessi, affrontare le critiche e l’autocritica". Non a caso: l'editing del testo è un tema caro a Remo, che sul suo blog oggi ha scritto questo articolo.]

In poche righe (meno di una pagina o, se preferite, un po’ più di mezzapagina di un tascabile Einaudi) ci imbattiamo sette volte nella parola cani, una volta nella parola cane, una volta nella parola canile.
Ripetizioni insomma, che potevano essere evitate.
In questo caso, però, sono ripetizioni d’autore, del grande Sciascia (e il libro di cui vo parlando è A ciascuno il suo).
Allora, m’è successo più di una volta, durante gli editing che faccio io, alla buona quindi, caserecci, per gli amici, di dire: Fregatene, certe ripetizioni rendono comunque la lettura fluida, inutile andare a cercare sinonimi come
gentil sesso, così da evitare di scrivere due volte donna nella stessa frase, o, appunto, l’amico dell’uomo, per evitare di scrivere due volte cane nella stessa frase.
Certo che sì: ci sono ripetizioni che stanno male, evitabili, suonano male (e se suonano male lo si capisce rileggendo, ad alta voce).
Lo stesso Borges (e mi spiace aver perso la citazione) diceva che, rileggendo e correggendo,  se era necessario sostitutiva il pronome con una ripetizione.
Sciascia, qui, fa la stessa cosa.

Questo ritorno dei cani portò il paese intero, per giorni e giorni (e così sarà ogni volta che si parlerà della qualità dei cani), a sollevare riserve sull’ordine della creazione: poiché non è del tutto giusto che al cane manchi la parola. Senza tener conto, a discarico del creatore, che se anche la parola avessero avuto, i cani in quella circostanza…

Non ci sono regole, anzi le regole, spesso, portano a scrivere dei temini.
In certe scritture, poi, penso a Bernhard, penso a Marias, l’uso delle ripetizioni è un’arte, difficile da emulare.
Ma non ho scritto quello che ho scritto per insegnare qualcosa: l’ho fatto per accogliere obiezioni, pareri.
Che poi dico la verità: la prima volta, quando lessi pagina 17 di A ciascuno il suo, mi dissi, Qui a Sciascia son sfuggite delle ripetizioni.
Lo dissi e lo scrissi: in un bigliettino, riemerso, in questi giorni.
La prima prima volta mi capitò con un libro di Lalla Romano, che avevo conosciuto. Io, allora (vent’anni fa?), pensavo che il mio sogno di scrivere sarebbe rimasto un sogno, e basta. Leggendo un suo libro mi imbattei in una ripetizione, stesso termine usato nella stessa frase (ora non rammento quale).
Pensai: le è scappato.
Tanto con Lalla Romano quanto con pagina 17 di A ciascuno il suo, col tempo, con gli anni, ho cambiato idea.

Porta chiusa, porta aperta: fare l’editor di se stessi, affrontare le critiche e l’autocritica








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