Marco Lazzarotto è uno scrittore torinese dall’immaginario davvero esplosivo e ha riversato tutte le sue idee più folli nel suo esordio per i tipi di Instar, Le mie cose. Martedì 17 novembre Marco ci parlerà di come caratterizzare un personaggio.
Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Mi sa che invece è la domanda più difficile, e la risposta credo di non saperla: il problema è che l’ho sempre fatto, fin da quando ero piccolo, anche se i soggetti non erano originali, ma si trattava di novelizations dei miei videogiochi preferiti (tipo The secret of Monkey Island, per intenderci), o parodie dei film che amavo (all’epoca adoravo le parodie dei classici della letteratura e del cinema su Topolino). Adesso scrivere è diventato quasi una funzione vitale, come respirare, o forse più un senso, che mi dà la possibilità di captare spunti per potenziali storie da ciò che vedo e che sento. E infatti prendo continuamente appunti.
Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Non lavoro con un vero e proprio metodo, ma vorrei averne uno, eccome! Purtroppo, essendo un «libero professionista» e non potendo vivere di sola scrittura, cerco di ricavarmi delle sacche di tempo per scrivere; in generale, però, scrivo meglio la mattina, diciamo tra le otto e le undici, dopodiché le mie energie si esauriscono: segno che, alla fine, forse non non sarei in grado di vivere di sola scrittura.
Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Non credo che esista l’ispirazione ma – almeno stando alla mia esperienza – «momenti sì», in cui le parole si infilano con scioltezza una dietro l’altra, e «momenti no», in cui la stesura di una frase si trasforma in un parto doloroso. Ci vogliono più che altro condizioni ambientali favorevoli: nessuna persona intorno, nessuna distrazione, nessun rumore. In poche parole, solitudine.
Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Ho tre lettori ideali, persone in carne e ossa, a cui penso mentre scrivo, immaginando le loro reazioni. Più che lettori ideali, sono lettori «idealizzati». Li conosco abbastanza bene, ormai, e capita spesso che le loro reazioni coincidano con quelle che ho immaginato; per cui, se nella mia mente reagiscono con perplessità a un determinato punto di un testo, cerco di intervenire affinché la loro reazione, sempre nella mia mente, cambi – ma non è facile.
In generale cerco di far leggere i miei manoscritti a quanti più amici possibile: ognuno di loro, con la propria sensibilità e anche la propria professionalità, può dare contributi importantissimi: ad esempio, ho un caro amico ingegnere che non ama leggere, ma accetta sempre volentieri di dare un’occhiata ai miei manoscritti. I risultati sono spesso sorprendenti: grazie alla sua mentalità «quadrata» trova sempre sviste ed errori di logica nella trama.
Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Sono davvero tanti, ma se ripenso a Le mie cose, il romanzo con cui ho esordito, devo dire che ad avere lasciato un segno indelebile su di me sono stati Philip K. Dick, Douglas Adams, Don DeLillo, Jonathan Franzen, David Foster Wallace, Tullio Avoledo, i fratelli Coen, Bill Watterson, Six Feet Under…
Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
Di libri anch’io-voglio-scrivere-così ce ne sono stati molti, che mi hanno chiarito le idee su che tipo di storie volevo scrivere, ma anche su come volevo scriverle. L’ultimo credo sia Lo stato dell’unione di Tullio Avoledo. È un romanzo con un solido impianto narrativo di genere (thriller) che però è anche satira del presente; sa essere al tempo stesso comico e tragico, grottesco e realistico; passa dai piccoli problemi quotidiani legati alla famiglia al grande complotto planetario. C’è tutto: è perfetto.
Per quel che riguarda i libri posso-fare-megli-di-così penso al mio.
Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
I momenti in cui mi sono trovato più in difficoltà sono stati quelli in cui la trama si ingarbugliava, e non sapevo come venirne fuori. I motivi erano diversi: troppi personaggi, troppe linee narrative, scene che mi sembravano particolarmente incisive o divertenti e verso le quali la storia doveva per forza tendere… be’, credo che la soluzione sia già implicita nelle mie parole: ho dovuto rinunciare, tagliare, snellire. Certo, è dura quando ci si è affezionati a un personaggio, ma alla fine ho sempre provato un senso di liberazione, anche perché da quel momento in poi… le cose riprendevano a funzionare! Bisogna imparare che nulla di quello che si scrive è sacro e intoccabile – e comunque può sempre essere «riciclato» – ma soprattutto acquisire un certo grado di consapevolezza dei propri testi, e chiedersi sempre: «Ma di che cosa parla, questa storia?», «Dove sta andando?». E ammetto che in quei momenti di crisi, quando il romanzo sembrava impossibile da sbrogliare, non avevo affatto le idee chiare.
Come affronti le critiche?
Di natura sono molto permaloso, ma mi sono reso conto che, a parte qualche eccezione, riesco a reagire abbastanza bene alle critiche. Considero la scrittura come un percorso, un’evoluzione continua, vorrei che tra un mio romanzo e l’altro (in termini del tutto ipotetici, visto che al momento ne ho pubblicato uno solo) ci fosse un «salto». Ma dove conduca tutto questo, proprio non so dirlo.
La tua lezione per Incipit riguarda la costruzione di un personaggio: ce la presenti in poche parole?
Con la mia lezione, attraverso la lettura e l’analisi di un passo de Le correzioni di Jonathan Franzen, cercherò di dimostrare come basti davvero poco per costruire un personaggio memorabile: l’importante è saperlo «mostrare».
Per finire, un consiglio per gli aspiranti.
Prima di tutto non devono inventarsi alibi. «C’ho tutto il romanzo qui in testa ma non ho trovato ancora la voce narrante.» No! Bisogna scrivere, scrivere, scrivere. Tutto si risolve nel momento in cui si scrive. Avere le cose in testa non è scrivere! E poi, una volta che finalmente si è scritto, una volta che si è portata a termine la propria opera, occorrerebbe mettere da parte, almeno per un po’, l’«ansia da pubblicazione». Si sentono spesso domande del tipo: «Come si fa a pubblicare?» o «Ora che ho finito il mio romanzo devo rivolgermi a un agente?», ma quasi mai si chiede: «Come posso essere sicuro che il mio romanzo sia un buon romanzo?» o, più banalmente, «Quand’è che un romanzo può considerarsi finito?».