Incipit: “I fuochi dell’86″ di Mario Capello

28 11 2010

L’incipit di questa settimana è tratto dall’esordio di Mario Capello, I fuochi dell’86, uscito nel 2009 per Eumeswil.

Non sapevo nulla di loro. Anche se erano i miei genitori. Forse ciascuno di noi sa degli altri, anche delle persone più vicine, solo quel tanto che basta per tirare avanti. Piccole abitudini, gusti nel cibo, il colore degli occhi e i colori preferiti dei maglioni. Inezie che ci rivestono come uno strato di pelle morta, come un involucro di migliaia di cellule morte che ci rende opachi agli sguardi.
E forse è meglio così.
Eppure scoprire quanto poco sapessi dei miei genitori mi sconvolse. Adesso, a pensarci, credo che sia stato salutare. Che sia quello che ha fatto di me ciò che sono – con tutto quello che avvenne quella primavera, del resto. Scoprire ciò che scoprii fu come immergersi una seconda volta nel liquido amniotico, sguazzare in quella poltiglia rosata, e riemergerne, con il fiato corto e gli occhi che bruciano. Fu come tornare indietro nel tempo e rivedere le immagini della propria vita in una sorta di strano film con una voce fuori campo. Una voce fuori campo che commenta ciò che accade sullo schermo e getta una luce inquietante sui fatti più banali.
Ma quella strana sensazione, che ci fosse qualcuno a leggere ciò che stavo vivendo, non la provai solo retrospettivamente. In quei mesi fu una presenza costante, così come fu costante la sensazione vagamente alienata di essere parte di un film. Un film dalla fotografia un po’ sgranata, sovraesposta.
La luce, la luce di quella tarda primavera e di quell’estate, è la cosa che avrei ricordato per molti anni a venire.
A quel tempo abitavamo nei palazzi dell’azienda. Li avevano costruiti al limite del paese, dove questo si trasformava insensibilmente in campagna. Erano grandi costruzioni sgraziate. Quattro grandi palazzi tutti uguali, come quattro gemelli piantati nella campagna per resistere al vento. Per anni furono le costruzioni più alte del paese, se si escludono le ciminiere e l’impianto di raffreddamento a fungo della fabbrica. Erano, della fabbrica, un corpo esterno, un organo cresciuto a distanza. Della fabbrica avevano gli orari. La gente usciva un’ora prima del turno e rientrava un’ora dopo. L’inverno, alle cinque, potevi vedere i loro fiati mischiarsi alla nebbia alla fermata dell’autobus. D’estate, all’uscita del secondo, li vedevi tornare e scherzare tranquilli camminando per strada, nell’azzurro cupo del tramonto prolungato.
Non era facile crescere lì. Solo più tardi mi convinsi che non è facile crescere da nessuna parte. Che, forse, non c’è nulla di più difficile.





Intervista a Matteo B. Bianchi

23 02 2010

Stasera ricomincia Incipit, 12 lezioni presso la libreria Massena28. Il nostro primo docente è Matteo B. Bianchi autore di Generations of love.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?

Perché mi piace troppo leggere e mi auguro che ogni tanto qualche lettore possa provare coi miei libri quello che è capitato a me leggendo certi libri.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?

Non ho metodi, ed è un problema. In genere però scrivo la mattina  ma sono poco metodico. Per costringermi a essere più produttivo e concentrato spesso scelgo di andare in una biblioteca pubblica, circondato da gente in silenzio che studia. Lì riesco a scrivere meglio che altrove.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?

L’ispirazione originale arriva quando capita (a me è successo di avere idee fondamentali durante un concerto rock così come un viaggio in treno o al cinema, guardando un film che niente aveva a che vedere con l’intuizione che ho avuto). Diverso è il discorso per quanto riguarda il lavoro successivo: molto di quello che si scrive in un romanzo, per esempio, nasce direttamente sulla pagina, scrivendo.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?

Non ho in mente un lettore ideale. Ho capito che (fortunatamente) i miei libri arrivano a un pubblico molto variegato, a gente anche lontanissima da me e questo mi entusiasma. Le letture ad alcuni lettori fidati in anteprima servono a chiarire alcuni dubbi, ma i dubbi fondamentali un autore deve purtroppo risolverli da solo.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?

Andy Warhol, Pedro Almodovar, Douglas Coupland, Georges Perec, PierVittorio Tondelli

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?

Ho sempre amato scrivere, ma quando a vent’anni ho letto “Ballo di famiglia” di David Leavitt è stato uno shock: mi ha sconvolto al punto che ho capito che volevo diventare uno scrittore anch’io, che da quel momento mi sarei impegnato per raggiungere quello scopo. Non penso spesso “Posso fare meglio di questo autore”. Penso piuttosto “Io un libro del genere non lo scriverei mai”.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?

Quando la fine del romanzo è ancora lontana e allo stesso tempo sei già così avanti nella stesura del libro che non puoi più abbandonarlo. A me crea veri e propri abissi di scoramento. Per superarlo spesso mi metto a scrivere le parti finali del romanzo: mi aiuta a vedere la luce in fondo al tunnel.

Come affronti le critiche?

Se provengono da persone che stimo o che so essere sincere, benissimo: mi aiutano molto a migliorare. Ma le critiche maligne e anonime (per esempio alcune cattiverie sui miei libri che a volte ho letto su internet) mi feriscono, soprattutto per la loro gratuità.

La tua lezione per Incipit parla di come scegliere e farsi scegliere da un editore: ce la presenti in poche parole?

In breve: per aspirare ad entrare nel mondo editoriale non c’è niente di meglio che conoscerlo. L’esordiente deve capire quali sono le riviste, gli editori adatti al tipo di testi che scrive. E’ un enorme passo avanti.

Per finire, un consiglio agli aspiranti.

Leggete molto, soprattutto sforzatevi di confrontarvi coi testi di altri esordienti. Vi aiuteranno moltissimo a capire quali errori non ripetere e cosa invece perfezionare dei vostri racconti o romanzi.

Nota biografica

Matteo B. Bianchi vive e lavora a Milano. Ha pubblicato Generations of love uscito per Baldini & Castoldi nel 1999. Seguono Fermati tanto così e Esperimenti di felicità provvisoria entrambi per Baldini Castoldi Dalai. Autore televisivo (Very Victoria e Victor Victoria) e teatrale (Bigodini), ha creato la trasmissione Dispenser di RadioRai2 e il web magazine ‘tina.

Promemoria in conclusione

La lezione di Matteo B. Bianchi Scegliere un editore, farsi scegliere da un editore si terrà martedì 23 febbraio.





Addio Salinger

29 01 2010

E’ morto ieri, 28 gennaio, all’età di 91 anni, J.D. Salinger, l’autore de Il giovane Holden. Riservatissimo, in questi anni non ha praticamente rilasciato interviste: l’ultima risale al 1974 sul New York Times dove dichiarò: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità… Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.

Il suo romanzo più famoso, uscito nel 1951, narra le vicende di Holden Caufield, ragazzo ribelle e inquieto, carico di dubbi e voglia di vivere e che si appresta a diventare uomo.

Tra i suoi scritti, pochi per la verità, ricordiamo Alzate l’architrave carpentieri, I nove racconti e Franny e Zooey. Il suo ultimo lavoro è un racconto datato 1965, apparso sul New Yorker.

Sposato con Claire Douglas, che lo lasciò nel ’66, era padre di due figlie e aveva partecipato allo sbarco in Normandia durante la Seconda Guerra Mondiale. Seguace del buddismo e appassionato di yoga, si risposò nel 1988 e condusse sempre una vita ritirata, quasi monacale, a Cornish.





Intervista a Guido Barosio

18 01 2010

Domani avremo come docente il giornalista torinese Guido Barosio, che affronterà il tema “Veni vidi: la narrativa di viaggio”.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Scrivo per rispondere a una forte esigenza personale, lo faccio ogni giorno per mestiere ma questo non cambia l’approccio. Scrivere ti porta ad un livello di comunicazione diversa con gli altri, ti permette di filtrare meglio emozioni e concetti, allarga il campo degli interlocutori e fissa le parole nel tempo. Con gli anni la scrittura diventa un rito indispensabile e quotidiano.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Per scrivere ho bisogno del silenzio dei miei spazi, non voglio gente intorno e preferisco usare sempre la medesima postazione: il mio tavolo, la mia sedia, la finestra di fronte che illumina la stanza. Scrivo ogni giorno, quando serve e quando sento l’ispirazione. Pur non essendo un fumatore accanito le sigarette sono indispensabili per aiutarmi nella concentrazione… difficile farne a meno, anche se spesso si consumano da sole mentre batto i tasti sul portatile.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Entrambe le cose. A volte l’ispirazione arriva ma non hai il tempo per scrivere, così fissi qualche appunto, qualche frase, in un taccuino che poi viene riaperto al momento giusto. Però, essendo giornalista, ho imparato a fare i conti con i ritmi della professione. Quindi avverto raramente l’ansia per la ‘pagina bianca’ e sono in grado di raccogliere spunti e idee anche a freddo.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Non esiste un lettore ideale a priori, il miglior lettore possibile è quello che riesci a raggiungere innescando sintonie, curiosità, piacere reciproco nella comunicazione scritta e letta. Far leggere il proprio lavoro in anteprima a qualcuno di fidato? Certo, è sempre la cosa migliore. Ma la fiducia deve essere davvero molto ben riposta…

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Inevitabilmente amo i grandi scrittori di viaggio: Ryszard Kapuscinski e Bruce Chatwin su tutti, poi Theodore Monod, Ella Maillart e Antonio Barzini, il più grande reporter italiano dopo Marco Polo. Ma il mio libro preferito in assoluto resta ‘Il signore degli anelli’ di Tolkien, che però, in fondo, è anche uno straordinario libro di viaggio.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
La frase ‘anch’io voglio scrivere così’ non penso di averla mai pensata. Mi sono sempre piaciuti autori anche molto diversi tra loro, e ognuno mi ha insegnato qualcosa. Ma non ho mai sognato di essere il clone di un grande scrittore. Forse la mia prima folgorazione fu per ‘I fiumi scendevano a oriente’ di Leonard Clark; avevo tredici anni e la passione per lo scrivere di viaggi arrivò in quel preciso momento. Oggi amo moltissimo lo stile di Paolo Rumiz, trovo che non tradisca mai le aspettative. Purtroppo ‘posso fare meglio di così’ mi capita di pensarlo sovente; da lettore accanito mi cruccio per le belle idee sprecate da una tecnica e da una narrazione insicura, banale o prolissa. Gli esempi? Sarebbero troppi.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?

“Non esiste un momento difficile in assoluto, esistono dei ‘blocchi’, dei ‘vuoti’, dei momenti dove il fluire della narrazione si interrompe, o incontra un ingorgo. Per superarlo occorre ‘staccare’ un momento, tirare il fiato, lasciare che le idee si rimettano in ordine e tornino ad essere scrittura…

Come affronti le critiche?
Le critiche vanno sempre valutate con attenzione. Occorre distinguere tra quelle pretestuose e quelle realmente costruttive. In assoluto non bisogna temerle, gli elogi generici e scontati sono nemici peggiori…

La tua lezione per Incipit riguarda la narrativa di viaggio: ce la presenti in poche parole?
Affrontare un tema come la narrativa di viaggio meriterebbe in realtà lunghi interventi ed un approfondimento che non si può facilmente sintetizzare in una sola lezione. Cercherò di fornire alcuni elementi e qualche tecnica per tradurre le emozioni e le immagini (che nella narrativa di viaggio sono fondamentali) in parola scritta. In particolare mi concentrerò sull’ordine degli elementi narrativi, un aspetto indispensabile per dare al testo il giusto ritmo.

Per finire, un consiglio agli aspiranti.
“Lo scrivere deve innanzitutto rispondere ad un’esigenza interiore, si tratta fondamentalmente di un piacere che parte da noi stessi e che vogliamo estendere agli altri, la risposta ad un bisogno che va alimentato con la tecnica e l’esperienza. Il mio consiglio? Scrivete ma non fatelo solo per voi stessi, cercate sempre lettori, senza un riscontro concreto resterete solo a metà del cammino.

Nota biografica

Guido Barosio è nato nel 1958 a Torino. E’ giornalista, fotografo, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano on line LaPresse News e dei periodici Milano Magazine e Torino Magazine, è specializzato in narrativa e reportage di viaggio. Ha pubblicato Marocco (White Star/National Geographic), Europa Flying High (White Star) ed è tra gli autori di Cento isole da vedere nella vita (Rizzoli).

Promemoria in conclusione

La lezione di Guido Barosio “Veni vidi: la narrativa di viaggio” si terrà martedì 19 gennaio.





Aperte le iscrizioni per il nuovo Incipit

14 01 2010

Inizia a scrivere.

Iscriviti a Incipit, il corso di scrittura a più voci.
A poche settimane dalla chiusura della prima edizione, Incipit è già ai blocchi di partenza con una nuova edizione del corso di scrittura creativa.

Le caratteristiche peculiari restano sempre tre: arricchire la propria gamma di conoscenze in fatto di scrittura, aiutare a cominciare a scrivere, dare punti di vista differenti sulla narrazione con il contributo di scrittori, editor, editori, sceneggiatori, giornalisti, e molti altri.

Il corso, teorico e pratico, toccherà argomenti tecnici come l’editing, la stesura dei dialoghi, l’uso dei conflitti, la creazione dei personaggi, le ambientazioni e i background; altri più strategici, come la scelta di un editore; e si parlerà dei diversi campi di applicazione della scrittura oltre a quello classico del racconto e romanzo: quindi la scrittura alla radio, in televisione, su web, le sceneggiature.

Gli insegnanti: Matteo B. Bianchi, Camilla Corsellini, Marco Drago, Gian Luca Favetto, Luca Indemini, Marco Lazzarotto, Marco Peano, Giorgio Vasta, Elena Varvello.

Incipit è un corso di scrittura competente, libero e accogliente.
Le iscrizioni sono aperte a tutti senza limiti di età.
Il corso, della durata di 12 lezioni a cadenza settimanale, si terrà a partire dal 23 febbraio a Torino, presso la Libreria Massena28 (Via Massena 28, www.massena28.com).
Il tutto per 320 euro iva compresa. Entro il 10 febbraio potrete usufruire di uno sconto speciale: Incipit a soli 300 euro. Incipit offre anche una partner-ship con l’agenzia letteraria Ti-conzero: sconti sulle consulenze per i nostri corsisti.
Coordinano il progetto e la sua organizzazione Marianna Martino, titolare di Zandegù Editore, e Virginia Michetti, ideatrice del corso, giornalista e business writer.
Per informazioni e preiscrizioni scrivere a incipit.mavi@gmail.com, oppure telefonare allo 0115681564 o al 3385816449. www.incipitcorsi.wordpress.com per news e dettagli.





Intervista a Francesca Genti

8 01 2010

Buon anno a tutti! Dopo la pausa per le vacanze natalizie, rieccoci con la lezione di Francesca Genti, autrice di Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press) che si terrà martedì 12 gennaio alle ore 19,30.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Non mi son mai posta la domanda in questi termini, scrivo e basta. Fin da piccola mi è venuto spontaneo usare come mezzo espressivo la scrittura, e fin da piccola ho scritto poesie.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Scrivo solitamente a casa, in cucina, ma mi è capitato di scrivere anche al bar o sulla metro. Preferibilmente di pomeriggio tardi (non sono molto mattiniera, anche se mi piacerebbe, ma proprio non ce la faccio). Sul pc, raramente a mano. Poi stampo su foglietti colorati, tipo origami e attacco le poesie in giro per la casa, fino a quando non saranno pubblicate.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?

Aspetto paziente che arrivi, non mi forzo mai a scrivere niente e prima di buttare le parole sul foglio le rumino per un bel po’, anche mesi, qualche volta anni.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Quando scrivo spesso dedico mentalmente la poesia a una persona specifica, in carne e ossa, ma un lettore ideale non ce l’ho…
Appena finito di scrivere mando le mie poesie a una cerchia di amici fidati e spesso a mia madre, ma è più un rito che altro.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Condivido tutto quello che Jean Dubuffet dice riguardo l’espressione artistica. Amo molto il mondo di Yayoi Kusama che mi ispira, vorrei vivere dentro una sua istallazione!
Per la poesia Sandro Penna e Giorgio Caproni.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
La scrittura di Bukowski da sempre mi galvanizza e mi fa venire voglia di scrivere, ma soprattutto la musica e l’arte visiva mi danno la spinta, aumentando la mia vitalità che si esprime nella scrittura.
Libri mediocri ce ne sono così tanti, però non mi fanno pensare “posso fare meglio di così”, perché li smetto subito, tutt’al più mi deprimono un po’, quindi non li finisco. Dei grandi non mi piace per niente Carver, non capisco la sua scrittura e dove voglia arrivare.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
Non ho particolari problemi con la stesura di un testo, ma mi capita di non scrivere anche per lunghi periodi (il massimo è stato due anni), ma non mi sono mai preoccupata più di tanto, faccio altro, per esempio lavori di arte visiva.

Come affronti le critiche?
Me la prendo moltissimo e difendo a spada tratta i miei testi.

La tua lezione per Incipit riguarda “il poetese e gli stereotipi linguistici da evitare”: ce la presenti in poche parole?
È una lezione sulle ingenuità che può scrivere chi si accosta alla scrittura poetica. Particolari costruzioni o parole che, nell’immaginario collettivo, “fanno poesia”, ma non voglio svelare troppo…

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.
Tenete presente questo meraviglio distico di Sandro Penna:

Moralisti

Il mondo che vi pare di catene
tutto è tessuto di armonìe profonde.

Nota biografica

Francesca Genti è nata a Torino nel 1975 e ora vive e lavora a Milano. Si occupa di narrativa per bambini e adolescenti ed è redattrice, poetessa, performer.
Da sei anni coordina con la collega poetessa Anna Lamberti Bocconi la rassegna poetica (reading, presentazioni e letture aperte) I giovedì di Turro. Oltre alla poesia, realizza lavori di arte visiva e ha al suo attivo alcune mostre.
Lavora come paroliera: suo il testo della canzone Dark Room dei Baustelle.
Ha pubblicato molti racconti su antologie italiane e straniere e i libri Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero), Il cuore delle stelle, aggiornatissimo catalogo dei maghi, (Coniglio Editore) e Bimba Urbana (Emilio Mazzoli Editore).

Promemoria in conclusione

Francesca Genti, Il poetese e gli stereotipi linguistici da evitare, martedì 12 gennaio 2010, ore 19,30.





Intervista a Camilla Corsellini

14 12 2009

Domani è il turno di Camilla Corsellini, bolognese, giornalista e scrittrice bolognese, autrice del saggio-fiction La banda della Uno bianca (Bevivino editore) che ci parlerà del noir, del giallo e del thriller.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Scrivo per fare i conti con quello che non c’è e per cercare di rallentare le cose: vanno troppo in fretta. Scrivo per fermare su carta dei dettagli che altrimenti andrebbero perduti. E forse anche per cercare un senso. Quello che si scopre è sorprendente.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Scrivo a qualsiasi ora su taccuini a righe, meglio quando sono in viaggio, molto bene in treno. Le idee per le storie arrivano dai racconti delle persone, ma anche dalla lettura dei giornali. Ho un archivio pieno di ritagli di storie strane, di  interviste e articoli scientifici, che poi trasformo in narrazione. Per cominciare a scrivere, parto da una frase poi penso a come finirà la storia e cerco di arrivare dal punto d’ingresso al punto d’uscita.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
L’ispirazione è il momento in cui incroci la storia e capisci che vuoi raccontarla. Alla base di ogni narrazione sta la necessità di raccontare. Tutto il resto è lavoro e fatica. Scrivere si impara scrivendo: è un allenamento, una disciplina.
Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Ho una vera squadra di amici-lettori:  un’editrice, uno scrittore, un editor, mio marito, il mio migliore amico. Se la storia resiste a tutte queste letture diverse significa che funziona.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Mi piacciono scritture molto diverse, ma col comune denominatore dell’originalità e della forza espressiva. Tra gli autori stranieri preferisco gli americani: Flannery O’ Connor, Patricia Highsmith, William Faulkner, Kurt Vonnegut e Shirley Jackson. Tra gli italiani: Tullio Avoledo, Marcello Fois, Michele Mari e Franco Stelzer.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
Estate 1989. Il libro era Racconti fantastici di Guy de Maupassant. Storie morbose, inquietanti che ti si incollavano addosso. Questo mi piacerebbe scrivere: parole che restano attaccate a chi le legge. Se un libro non mi piace invece smetto di leggerlo: la lettura per me è solo piacere.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
Momento peggiore: la pagina bianca. Mi immergo nel mio archivio, trovo un incipit e comincio a scrivere.

Come affronti le critiche?
Molto bene, le critiche sono utilissime. Sono il mio giudice più severo. Quello che possono dirmi gli altri è nulla al confronto della mia patologica autocritica.

La tua lezione per Incipit riguarda della struttura della narrazione: ce la presenti in poche parole?
La mia lezione sarà divisa in due parti: nella prima parlerò delle regole del romanzo noir che ha qualche obbligo in più rispetto alla narrazione tout court: dal mistero che dà il via alla storia alla costruzione di personaggi e di un contesto credibili fino alla soluzione finale; nella seconda correggerò i testi degli allievi, ai quali ho dato il compito di scrivere un racconto noir di una cartella a partire da un incipit misterioso.

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.
Non vi chiudete nelle vostre certezze. Non dite mai di una cosa che avete scritto: questo è il mio modo di scrivere. Per avere un modo di scrivere bisogna lavorare anni e,  anche allora, il consiglio di chi vi legge è fondamentale. Siate semplici. Siate disposti a cancellare tutto e ricominciare da capo. Lo so, sembra difficile, ma la scrittura è questo: un lavoro bellissimo e faticoso.

Nota biografica

Camilla Corsellini è nata a Bologna nel 1973. E’ autrice teatrale, scrittrice, giornalista e coordinatrice di eventi letterari e culturali. Vive a Milano e ha pubblicato il romanzo docu-fiction La banda della Uno bianca (Bevivino Editore), selezionato per il Premio Azzeccagarbugli 2005.

Promemoria in conclusione

Camilla Corsellini, La narrativa di genere: noir, giallo, thriller, 15 dicembre ore 19,30





Incipit: “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta

23 11 2009

L’incipit di questa settimana è di Giorgio Vasta: il suo romanzo d’esordio Il Tempo Materiale, edito da minimum fax, è stato tra i finalisti del Premio Fiesole Narrativa Under 40, del Premio Berto e del Premio Dedalus, oltre ad essere stato ammesso tra le dodici opere in gara per il Premio Strega 2009.
Il Tempo Materiale comincia così.

C’è il cielo. C’è l’acqua, ci sono le radici. C’è la religione, c’è la materia, c’è la casa. Ci sono le api, ci sono le magnolie, gli animali, il fuoco. C’è la città, c’è la temperatura dell’aria che cambia nel respiro. C’è la luce, ci sono i corpi, gli organi, il pane. Ci sono gli anni, le molecole, c’è il sangue; e ci sono i cani, le stelle, i rampicanti.
E c’è la fame. I nomi.
Ci sono i nomi.
Ci sono io.

Nota biografica

Giorgio Vasta, nato a Palermo nel 1970, vive e lavora a Torino. Editor e consulente editoriale, insegna scrittura narrativa presso diversi istituti.
Dal 1999 è stato curatore e poi direttore della collana di saggistica Holden Maps di Rizzoli. Ha collaborato come editorialista alla trasmissione Atlantis (Radio2 Rai) e fa parte della redazione di Nazione indiana.
È ideatore e coautore di NIC Narrazioni In Corso: Laboratorio a fumetti sul raccontare storie (Holden Maps/Rizzoli, 2005).
Ha curato l’antologia di racconti Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani (Bur 2006) e nel 2007, con Edoardo Novelli, il libro fotografico di Alberto Negrin Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant’anni di scritte e manifesti politici (Bur).

Un suo intervento è stato pubblicato nel volume Best off 2006, un altro nell’antologia I persecutori (Transeuropa 2007) e uno in Voi siete qui (minimum fax 2007). Sempre per minimum fax ha curato l’antologia Anteprima Nazionale, edito nel 2009.

Promemoria in conclusione

Giorgio Vasta il 24 novembre parlerà per noi di Scrivere di sé, per sé e per gli altri.





Incipit: “Le mie cose” di Marco Lazzarotto

16 11 2009

Oggi pubblichiamo l’inizio dell’esordio di Marco Lazzarotto, Le mie cose, pubblicato da Instar nel 2008.

Non ho dormito molto, stanotte. Sono stata tormentata dai dubby.

E’ successo di nuovo. Non so come, ma sono riusciti a fuggire dalla gabbietta. E pensare che questa volta avevo assicurato la porticina con il fil di ferro, l’avevo avvolta in un telo e messa in cima al pensile più alto della cucina. Avevo chiuso la porta, ma non mi era sembrato il caso di dare un giro di chiave. Eppure i dubby sono riusciti ad arrivare in camera mia, a salire sul letto e a infilarsi nei miei capelli.

Questa notte i dubby hanno condotto i miei pensieri su una strada diversa dal solito: che Giorgio mi abbia lasciata per quella storia dell’autotrapianto di peli pubici.

Non ha mai accettato il fatto che i suoi capelli si stessero ritirando, e credeva molto nell’autotrapianto di peli pubici.

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Nota biografica

Marco Lazzarotto, scrittore di grandissima fede granata, è nato a Torino nel 1979.
Ha pubblicato il romanzo Le mie cose (Instar). Collabora con Einaudi e coordina corsi di scrittura.
È autore dei saggi sulla scrittura Il dialogo, La riscrittura e La noia. Pericolo o risorsa? usciti nella collana “Scrivere” ed editi da DeAgostini.

Promemoria in conclusione

Marco Lazzarotto parlerà dei personaggi e di come costruirli a tuttotondo nella lezione Caratterizzare un personaggio il 17 novembre, come sempre alle ore 19.30.





Intervista a Marco Lazzarotto

13 11 2009

Marco Lazzarotto è uno scrittore torinese dall’immaginario davvero esplosivo e ha riversato tutte le sue idee più folli nel suo esordio per i tipi di Instar, Le mie cose. Martedì 17 novembre Marco ci parlerà di come caratterizzare un personaggio.

Marco LazzarottoIniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Mi sa che invece è la domanda più difficile, e la risposta credo di non saperla: il problema è che l’ho sempre fatto, fin da quando ero piccolo, anche se i soggetti non erano originali, ma si trattava di novelizations dei miei videogiochi preferiti (tipo The secret of Monkey Island, per intenderci), o parodie dei film che amavo (all’epoca adoravo le parodie dei classici della letteratura e del cinema su Topolino). Adesso scrivere è diventato quasi una funzione vitale, come respirare, o forse più un senso, che mi dà la possibilità di captare spunti per potenziali storie da ciò che vedo e che sento. E infatti prendo continuamente appunti.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Non lavoro con un vero e proprio metodo, ma vorrei averne uno, eccome! Purtroppo, essendo un «libero professionista» e non potendo vivere di sola scrittura, cerco di ricavarmi delle sacche di tempo per scrivere; in generale, però, scrivo meglio la mattina, diciamo tra le otto e le undici, dopodiché le mie energie si esauriscono: segno che, alla fine, forse non non sarei in grado di vivere di sola scrittura.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Non credo che esista l’ispirazione ma – almeno stando alla mia esperienza – «momenti sì», in cui le parole si infilano con scioltezza una dietro l’altra, e «momenti no», in cui la stesura di una frase si trasforma in un parto doloroso. Ci vogliono più che altro condizioni ambientali favorevoli: nessuna persona intorno, nessuna distrazione, nessun rumore. In poche parole, solitudine.
Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Ho tre lettori ideali, persone in carne e ossa, a cui penso mentre scrivo, immaginando le loro reazioni. Più che lettori ideali, sono lettori «idealizzati». Li conosco abbastanza bene, ormai, e capita spesso che le loro reazioni coincidano con quelle che ho immaginato; per cui, se nella mia mente reagiscono con perplessità a un determinato punto di un testo, cerco di intervenire affinché la loro reazione, sempre nella mia mente, cambi – ma non è facile.
In generale cerco di far leggere i miei manoscritti a quanti più amici possibile: ognuno di loro, con la propria sensibilità e anche la propria professionalità, può dare contributi importantissimi: ad esempio, ho un caro amico ingegnere che non ama leggere, ma accetta sempre volentieri di dare un’occhiata ai miei manoscritti. I risultati sono spesso sorprendenti: grazie alla sua mentalità «quadrata» trova sempre sviste ed errori di logica nella trama.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Sono davvero tanti, ma se ripenso a Le mie cose, il romanzo con cui ho esordito, devo dire che ad avere lasciato un segno indelebile su di me sono stati Philip K. Dick, Douglas Adams, Don DeLillo, Jonathan Franzen, David Foster Wallace, Tullio Avoledo, i fratelli Coen, Bill Watterson, Six Feet Under

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
Di libri anch’io-voglio-scrivere-così ce ne sono stati molti, che mi hanno chiarito le idee su che tipo di storie volevo scrivere, ma anche su come volevo scriverle. L’ultimo credo sia Lo stato dell’unione di Tullio Avoledo. È un romanzo con un solido impianto narrativo di genere (thriller) che però è anche satira del presente; sa essere al tempo stesso comico e tragico, grottesco e realistico; passa dai piccoli problemi quotidiani legati alla famiglia al grande complotto planetario. C’è tutto: è perfetto.
Per quel che riguarda i libri posso-fare-megli-di-così penso al mio.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
I momenti in cui mi sono trovato più in difficoltà sono stati quelli in cui la trama si ingarbugliava, e non sapevo come venirne fuori. I motivi erano diversi: troppi personaggi, troppe linee narrative, scene che mi sembravano particolarmente incisive o divertenti e verso le quali la storia doveva per forza tendere… be’, credo che la soluzione sia già implicita nelle mie parole: ho dovuto rinunciare, tagliare, snellire. Certo, è dura quando ci si è affezionati a un personaggio, ma alla fine ho sempre provato un senso di liberazione, anche perché da quel momento in poi… le cose riprendevano a funzionare! Bisogna imparare che nulla di quello che si scrive è sacro e intoccabile – e comunque può sempre essere «riciclato» – ma soprattutto acquisire un certo grado di consapevolezza dei propri testi, e chiedersi sempre: «Ma di che cosa parla, questa storia?», «Dove sta andando?». E ammetto che in quei momenti di crisi, quando il romanzo sembrava impossibile da sbrogliare, non avevo affatto le idee chiare.

Come affronti le critiche?
Di natura sono molto permaloso, ma mi sono reso conto che, a parte qualche eccezione, riesco a reagire abbastanza bene alle critiche. Considero la scrittura come un percorso, un’evoluzione continua, vorrei che tra un mio romanzo e l’altro (in termini del tutto ipotetici, visto che al momento ne ho pubblicato uno solo) ci fosse un «salto». Ma dove conduca tutto questo, proprio non so dirlo.

La tua lezione per Incipit riguarda la costruzione di un personaggio: ce la presenti in poche parole?
Con la mia lezione, attraverso la lettura e l’analisi di un passo de Le correzioni di Jonathan Franzen, cercherò di dimostrare come basti davvero poco per costruire un personaggio memorabile: l’importante è saperlo «mostrare».

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.

Prima di tutto non devono inventarsi alibi. «C’ho tutto il romanzo qui in testa ma non ho trovato ancora la voce narrante.» No! Bisogna scrivere, scrivere, scrivere. Tutto si risolve nel momento in cui si scrive. Avere le cose in testa non è scrivere! E poi, una volta che finalmente si è scritto, una volta che si è portata a termine la propria opera, occorrerebbe mettere da parte, almeno per un po’, l’«ansia da pubblicazione». Si sentono spesso domande del tipo: «Come si fa a pubblicare?» o «Ora che ho finito il mio romanzo devo rivolgermi a un agente?», ma quasi mai si chiede: «Come posso essere sicuro che il mio romanzo sia un buon romanzo?» o, più banalmente, «Quand’è che un romanzo può considerarsi finito?».

 








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