Intervista a Camilla Corsellini

14 12 2009

Domani è il turno di Camilla Corsellini, bolognese, giornalista e scrittrice bolognese, autrice del saggio-fiction La banda della Uno bianca (Bevivino editore) che ci parlerà del noir, del giallo e del thriller.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Scrivo per fare i conti con quello che non c’è e per cercare di rallentare le cose: vanno troppo in fretta. Scrivo per fermare su carta dei dettagli che altrimenti andrebbero perduti. E forse anche per cercare un senso. Quello che si scopre è sorprendente.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Scrivo a qualsiasi ora su taccuini a righe, meglio quando sono in viaggio, molto bene in treno. Le idee per le storie arrivano dai racconti delle persone, ma anche dalla lettura dei giornali. Ho un archivio pieno di ritagli di storie strane, di  interviste e articoli scientifici, che poi trasformo in narrazione. Per cominciare a scrivere, parto da una frase poi penso a come finirà la storia e cerco di arrivare dal punto d’ingresso al punto d’uscita.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
L’ispirazione è il momento in cui incroci la storia e capisci che vuoi raccontarla. Alla base di ogni narrazione sta la necessità di raccontare. Tutto il resto è lavoro e fatica. Scrivere si impara scrivendo: è un allenamento, una disciplina.
Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Ho una vera squadra di amici-lettori:  un’editrice, uno scrittore, un editor, mio marito, il mio migliore amico. Se la storia resiste a tutte queste letture diverse significa che funziona.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Mi piacciono scritture molto diverse, ma col comune denominatore dell’originalità e della forza espressiva. Tra gli autori stranieri preferisco gli americani: Flannery O’ Connor, Patricia Highsmith, William Faulkner, Kurt Vonnegut e Shirley Jackson. Tra gli italiani: Tullio Avoledo, Marcello Fois, Michele Mari e Franco Stelzer.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
Estate 1989. Il libro era Racconti fantastici di Guy de Maupassant. Storie morbose, inquietanti che ti si incollavano addosso. Questo mi piacerebbe scrivere: parole che restano attaccate a chi le legge. Se un libro non mi piace invece smetto di leggerlo: la lettura per me è solo piacere.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
Momento peggiore: la pagina bianca. Mi immergo nel mio archivio, trovo un incipit e comincio a scrivere.

Come affronti le critiche?
Molto bene, le critiche sono utilissime. Sono il mio giudice più severo. Quello che possono dirmi gli altri è nulla al confronto della mia patologica autocritica.

La tua lezione per Incipit riguarda della struttura della narrazione: ce la presenti in poche parole?
La mia lezione sarà divisa in due parti: nella prima parlerò delle regole del romanzo noir che ha qualche obbligo in più rispetto alla narrazione tout court: dal mistero che dà il via alla storia alla costruzione di personaggi e di un contesto credibili fino alla soluzione finale; nella seconda correggerò i testi degli allievi, ai quali ho dato il compito di scrivere un racconto noir di una cartella a partire da un incipit misterioso.

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.
Non vi chiudete nelle vostre certezze. Non dite mai di una cosa che avete scritto: questo è il mio modo di scrivere. Per avere un modo di scrivere bisogna lavorare anni e,  anche allora, il consiglio di chi vi legge è fondamentale. Siate semplici. Siate disposti a cancellare tutto e ricominciare da capo. Lo so, sembra difficile, ma la scrittura è questo: un lavoro bellissimo e faticoso.

Nota biografica

Camilla Corsellini è nata a Bologna nel 1973. E’ autrice teatrale, scrittrice, giornalista e coordinatrice di eventi letterari e culturali. Vive a Milano e ha pubblicato il romanzo docu-fiction La banda della Uno bianca (Bevivino Editore), selezionato per il Premio Azzeccagarbugli 2005.

Promemoria in conclusione

Camilla Corsellini, La narrativa di genere: noir, giallo, thriller, 15 dicembre ore 19,30





Intervista a Remo Bassini

1 12 2009

Remo Bassini è uno scrittore vercellese di origini toscane. E’ il direttore del giornale La Sesia e ha scritto diversi libri per Mursia, Fernandel, Newton-Compton, per cui uscirà presto “Bastardo posto”.
E’ un autore molto presente in rete: il suo blog Altri appunti è una fonte di spunto per riflessioni su scrittura e vita.
La sua lezione del 1° dicembre si intitola “Porta chiusa e porta aperta: fare l’editor di se stessi, affrontare le critiche e l’autocritica”.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
E’ come respirare per me: è la mia vita.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Mi sono abituato a scrivere di notte, fino all’alba, ma mi sono abituato anche, per fare questo, a dormire poco; e comunque: scrivo e correggo di notte, ma ho sempre dietro il bloc notes. Per idee, correzioni, riflessioni.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Scrivere aiuta, vivere aiuta ancora di più. Andare in giro, tra la gente, nei posti di lavoro, negli ospedali, ai giardini pubblici o sul bus ma con gli occhi dello scrittore, che sanno andare oltre, che devono andare oltre. Vivere e e scrivere, scrivere e poi ancora vivere. Frequentare salotti, vedere tanta tv, rincoglionirsi sulla rete (e lo dico anche a me, questo) serve a un tubo, anzi, son cose che inaridiscono.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Il mio lettore ideale sono… due lettori. Il primo ha fatto la terza media, o forse addirittura solo la quinta elementare, il secondo, invece, ha due lauree, legge tanto. Se scrivo con semplicità cose profonde io posso arrivare a entrambi.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Amos Oz, Raymond Chandler, Jean-Claude Izzo, Pratolini, Sciascia, Pirandello, Remarque, Steinbeck e altri cento.
Son tante e tante le scritture da cui s’impara e si può imparare, leggendo lentamente o ricopiando (gran bell’esercizio): Calvino, la Bjath, Richard Yates, Philip Roth, Scott Fitzgerald.
Sergej Aleksandrovič Esenin però diceva di essere diventato il più grande poeta russo grazie a sua nonna, analfabeta, che gli aveva raccontato le storie della mitologia.
Mio padre e mia madre, contadini, mi hanno raccontato le storie dei cantastorie toscani e le storie tramandate, davanti al camino. Ci ho appena scritto un libro, su questo e, a questo, mi sento profondamente legato. Al ricordo, insomma, e al ricordo dei vecchi racconti.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
“L’inverno del nostro scontento”, di Steinbeck, è il libro che mi ha fatto pensare, Vorrei scrivere anche io così.
Il “posso fare meglio di così” invece è un pensiero ricorrente e dannato: riguarda i miei libri. Non mi soddisfano mai, così ricomincio con un altro.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
Dipende, ogni libro ha una sua vita. Un mio libro (“Dicono di Clelia”) m’ha fatto ammattire nel finale, quello che deve uscire nel 2010 (“Bastardo posto”) nella riscrittura.

Come affronti le critiche?
Mi è successo, a volte, di fare i complimenti a chi ha scritto, motivando, che un mio libro non gli era piaciuto. Non può piacere tutto. Poi ci son critiche e critiche: quelle dei rancorosi e degli invidiosi solitamente sono un buon segno: arrivano solo quando un libro ha funzionato.

La tua lezione per Incipit riguarda della struttura della narrazione: ce la presenti in poche parole?
Improvviserò. Dipende da chi ci sarà, dall’ambiente. Vedi, quando presento un mio libro dico sempre cose diverse. Voglio lasciarmi andare alla “percezione del momento”.

Per finire, un consiglio agli aspiranti.
Ascoltate tutti per poi ascoltare solo voi stessi.





Incipit: “La donna che parlava coi morti” di Remo Bassini

30 11 2009

L’incipit di questa settimana è tratto da La donna che parlava coi morti, il quarto libro di Remo Bassini uscito nel 2007 per Newton-Compton.

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni.
Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule a controllare.
E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato: aveva tradito il marito, tre volte più vecchio di lei, per un giovane, bel fattore che poi tu trovato morto, dissero per disgrazia, in un torrente.
La pena per Nunzia la decisero, con la benedizione del marito disonorato, i suoi due cognati; clausura a vita, controllata a vista da due contadine, carceriere spietate in cambio di un piatto di minestra, vino buono, un letto per dormire e per altri piaceri, chissà. Il vecchio marito si accollò le spese del podere e, si disse, non volle vederla più. Lui e i suoi due fratelli, più giovani, facevano paura. Erano i più ricchi, i più fascisti, i più temuti della zona.
Quando Nunzia restò vedova, nessuno osò commentarne l’assenza al solenne corteo funebre che partì dal Palazzone.
Tutti sapevano che viveva in fondo al bosco. E qualche ragazzaccio, temerario, in tempo di guerra, scendendo la mulattiera che porta al casolare dei castagni, da lontano, per rispetto e pe paura, l’aveva spiata. Di notte, al lume di luna. Restando incantato da tanta bellezza.
Quando i tedeschi si ritirarono, e i due cognati se la diedero a gambe ché i partigiani li volevano impiccare, Nunzia riapparve. Era tempo di rastrellamenti, scontri, morti vicino al suo casolare. Tanti morti. E vermi sui morti.
L’eterno riposo dona loro o Signore, pregava Nunzia mentre, insieme ad alcuni uomini, posava dei rami di castagno a forma di croce su quesi corpi da bruciare col petrolio. Divenne Nunzia dei castagni.
Appena si sparse la voce che era stata ammazzata, tutti diedero la colpa ai cognati. Si sapeva, certo che si sapeva: di notte, ubriachi, per anni erano andati al podere per umiliarla, insieme ad altri camerati. Bevevano, ridevano e viva il Duce. Poi facevano a testa e croce.
Era una moneta a decidere.
Una moneta, poi dimenticata nell’aia d’estate, o nel fienile d’inverno.
Chi perdeva, doveva accontentarsi di schiaffarlo in culo alle contadine carceriere, chi vinceva, vinceva lei. Nunzia.
Ma non erano stati loro ad ammazzarla.
Erano stati i tedeschi. Erano andati da Nunzia senza sapere che nascondesse partigiani, poi testimoni del fatto. Erano andati da lei perché volevano un maiale. Li aveva lasciati fare, Nunzia, ma quando aveva visto che stavano scegliendo una scrofa che doveva figliare, gridò che potevano prendere gli altri, ma non quella. E la mitragliarono.
Dopo la guerra, uno dei cognati tornò nel podere con la figlia; le disse: «Questo è un posto maledetto». E le raccontò di Nunzia «da non dier a nessuno». La ragazza, che di lì a poco prese i voti, se ne andò in convento col ricordo di quel nome.

Promemoria in conclusione

Remo Bassini parlerà di “Porta chiusa e porta aperta: fare l’editor di se stessi, affrontare le critiche e l’autocritica” martedì 1° dicembre.





Intervista a Giorgio Vasta

24 11 2009

Giorgio Vasta col suo romanzo di esordio entra nei 12 finalisti del Premio Strega 2009. Il suo libro si chiama Il tempo materiale, edito per i tipi di minimum fax. Martedì 24 novembre la lezione di Giorgio Vasta ha il titolo “Scrivere di sé, per sé, per gli altri”.

Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?

Perché mi è utile dare forma alle percezioni e alle esperienze attraverso il linguaggio. Mi è utile perché da essere umano (organismo, biografia e qualche altra cosa) devo procurarmi degli strumenti per produrre senso. Di sicuro non scrivo perché non potrei fare diversamente o perché mi è indispensabile o per altre ragioni di questo tipo, che in generale mi sembrano automitizzazioni eroiche.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?

Non ho un metodo. Scrivo in casa, quando posso, quando ho terminato il resto del lavoro. Mi capita molto spesso di usare le vacanze.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?

Dell’ispirazione non penso niente, faccio fatica a capire cosa possa essere. Quando ne sento parlare mi sembra un’invenzione utile a far concepire la scrittura come un’azione disponibile solo ad alcuni “ispirati”, come fossero dei prescelti, quando invece credo che la scrittura sia un’azione che ha a che fare soprattutto con la responsabilità. L’ispirazione mi sembra un fumogeno elitario, una retorica strumentale a un tipo di cultura, quella della cosiddetta “vocazione”, che non mi piace.

Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?Al di là degli interlocutori strettamente editoriali, ci sono alcune persone delle quali mi fido e alle quali domando di leggere quello che ho scritto nel momento in cui penso di avere terminato la prima stesura di un testo. Sono persone diverse tra loro, ognuna mi dà suggerimenti e spunti differenti. Ogni “discorso” su quello che ho scritto, sia quando sono d’accordo sia quando non sono d’accordo, mi è utile perché mi mette nelle condizioni di tornare criticamente, anche facendo molta fatica, su quello che sta sulla pagina. Che la stesura ultima sia il risultato anche di questo dialogo con altre persone è qualcosa che considero molto importante, soprattutto molto bello.
Per rispondere alla prima parte della domanda, non ho idea di chi sia il mio lettore ideale. Il desiderio è che sia, nei limiti del possibile, reale.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Lasciando da parte la letteratura – il discorso si farebbe troppo articolato – e facendo ugualmente un torto al cinema, nomino soltanto due registi: Robert Bresson e Jacques Tati. Entrambi, in modi diversi, attraverso il loro modo di concepire le inquadrature e la recitazione mi hanno chiarito che cosa possa essere una storia e quanto importante sia essere perentori. Non arroganti – l’arroganza è vanità – ma determinati nelle scelte.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?

Credo, in entrambi i casi, nessuno. Non per presunzione o per diplomazia ma perché non mi viene in mente un libro che sia stato da solo germinale rispetto a impulsi di questo genere. Semmai, davanti a un libro che mi è piaciuto molto, e ce ne sono tantissimi, quello che mi viene da pensare è che desidero leggerne altri fatti in quel modo; davanti a un libro che non mi piace mi auguro di non leggerne altri, per lo meno in tempi brevi, dello stesso tipo. Un sentimento imitativo o di superiorità di solito non lo avverto.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?

Per me non c’è tanto un momento preciso – per esempio iniziare o finire o tenere sotto controllo la storia che si sta raccontando – quanto qualcosa che come una membrana contiene tutto il lavoro nel suo complesso. Il momento peggiore non è dunque un tempo specifico ma uno stato d’animo generale nel quale, nei confronti della scrittura, coesistono impulsi opposti – quello alla costruzione e quello alla distruzione, l’impulso alla fiducia e quello allo scetticismo, il desiderio di tenerezza e il bisogno di spietatezza. Riuscire a sostenere psicologicamente questa coesistenza conflittuale, fare in modo che questa membrana non mi si disintegri tra le mani, è di fatto, per me, il problema maggiore da affrontare (e forse non solo nella scrittura).

Come affronti le critiche?

Con molta calma e con una specie di curiosità antropologica. Penso che le critiche siano sempre del tutto legittime, anche quelle approssimative, trascurate oppure lapidarie e offensive. Se poi, a critica espressa, si produce uno spazio di discussione, bene, sta succedendo una cosa utile perché nella frizione tra punti di vista diversi e argomentati si può generare intelligenza delle cose. Se invece questo spazio non si produce, ed è possibilissimo, pazienza: ci si fa una ragione di fatti ben peggiori.

La tua lezione per Incipit riguarda la costruzione di un personaggio: ce la presenti in poche parole?

Nella nostra esperienza quotidiana tendiamo a percepirci come i notai della nostra memoria, i certificatori della sua capacità di contenere verità storiche; i ricordi sono nostri, quindi sono giusti. Soltanto che con questa somma di certezze non si costruisce una narrazione credibile. La disponibilità al meticciato tra memoria e invenzione può essere quello che fa la differenza. Durante la lezione tenteremo una breve esplorazione del modo in cui funziona la nostra memoria (sottraendole qualche certezza) e ragioneremo su alcuni modi in cui una strategica distorsione dei ricordi può servire a dare forma a una storia.

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.

Scrivere con calma e fare in tempo.

 

Nota biografica

Giorgio Vasta vive a Torino dove lavora come editor e consulente editoriale per la BUR. Insegna alla Scuola Holden e presso lo IED.
Collabora con “Nazione Indiana” e cura il progetto Esor-dire, evento dedicato allo scouting letterario che ha l’intento di promuovere la narrativa italiana under 35 e si svolge ogni anno a novembre durante Scrittorincittà a Cuneo. Il suo primo romanzo è Il tempo materiale (Minimum Fax).

Promemoria in conclusione

Giorgio Vasta ci parlerà di come Scrivere di sé, per sé, per gli altri nella sua lezione del 24 novembre, come sempre alle ore 19.30.





Incipit: “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta

23 11 2009

L’incipit di questa settimana è di Giorgio Vasta: il suo romanzo d’esordio Il Tempo Materiale, edito da minimum fax, è stato tra i finalisti del Premio Fiesole Narrativa Under 40, del Premio Berto e del Premio Dedalus, oltre ad essere stato ammesso tra le dodici opere in gara per il Premio Strega 2009.
Il Tempo Materiale comincia così.

C’è il cielo. C’è l’acqua, ci sono le radici. C’è la religione, c’è la materia, c’è la casa. Ci sono le api, ci sono le magnolie, gli animali, il fuoco. C’è la città, c’è la temperatura dell’aria che cambia nel respiro. C’è la luce, ci sono i corpi, gli organi, il pane. Ci sono gli anni, le molecole, c’è il sangue; e ci sono i cani, le stelle, i rampicanti.
E c’è la fame. I nomi.
Ci sono i nomi.
Ci sono io.

Nota biografica

Giorgio Vasta, nato a Palermo nel 1970, vive e lavora a Torino. Editor e consulente editoriale, insegna scrittura narrativa presso diversi istituti.
Dal 1999 è stato curatore e poi direttore della collana di saggistica Holden Maps di Rizzoli. Ha collaborato come editorialista alla trasmissione Atlantis (Radio2 Rai) e fa parte della redazione di Nazione indiana.
È ideatore e coautore di NIC Narrazioni In Corso: Laboratorio a fumetti sul raccontare storie (Holden Maps/Rizzoli, 2005).
Ha curato l’antologia di racconti Deandreide. Storie e personaggi di Fabrizio De André in quattordici racconti di scrittori italiani (Bur 2006) e nel 2007, con Edoardo Novelli, il libro fotografico di Alberto Negrin Niente resterà pulito. Il racconto della nostra storia in quarant’anni di scritte e manifesti politici (Bur).

Un suo intervento è stato pubblicato nel volume Best off 2006, un altro nell’antologia I persecutori (Transeuropa 2007) e uno in Voi siete qui (minimum fax 2007). Sempre per minimum fax ha curato l’antologia Anteprima Nazionale, edito nel 2009.

Promemoria in conclusione

Giorgio Vasta il 24 novembre parlerà per noi di Scrivere di sé, per sé e per gli altri.





Incipit: “Le mie cose” di Marco Lazzarotto

16 11 2009

Oggi pubblichiamo l’inizio dell’esordio di Marco Lazzarotto, Le mie cose, pubblicato da Instar nel 2008.

Non ho dormito molto, stanotte. Sono stata tormentata dai dubby.

E’ successo di nuovo. Non so come, ma sono riusciti a fuggire dalla gabbietta. E pensare che questa volta avevo assicurato la porticina con il fil di ferro, l’avevo avvolta in un telo e messa in cima al pensile più alto della cucina. Avevo chiuso la porta, ma non mi era sembrato il caso di dare un giro di chiave. Eppure i dubby sono riusciti ad arrivare in camera mia, a salire sul letto e a infilarsi nei miei capelli.

Questa notte i dubby hanno condotto i miei pensieri su una strada diversa dal solito: che Giorgio mi abbia lasciata per quella storia dell’autotrapianto di peli pubici.

Non ha mai accettato il fatto che i suoi capelli si stessero ritirando, e credeva molto nell’autotrapianto di peli pubici.

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Nota biografica

Marco Lazzarotto, scrittore di grandissima fede granata, è nato a Torino nel 1979.
Ha pubblicato il romanzo Le mie cose (Instar). Collabora con Einaudi e coordina corsi di scrittura.
È autore dei saggi sulla scrittura Il dialogo, La riscrittura e La noia. Pericolo o risorsa? usciti nella collana “Scrivere” ed editi da DeAgostini.

Promemoria in conclusione

Marco Lazzarotto parlerà dei personaggi e di come costruirli a tuttotondo nella lezione Caratterizzare un personaggio il 17 novembre, come sempre alle ore 19.30.





Intervista a Marco Lazzarotto

13 11 2009

Marco Lazzarotto è uno scrittore torinese dall’immaginario davvero esplosivo e ha riversato tutte le sue idee più folli nel suo esordio per i tipi di Instar, Le mie cose. Martedì 17 novembre Marco ci parlerà di come caratterizzare un personaggio.

Marco LazzarottoIniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Mi sa che invece è la domanda più difficile, e la risposta credo di non saperla: il problema è che l’ho sempre fatto, fin da quando ero piccolo, anche se i soggetti non erano originali, ma si trattava di novelizations dei miei videogiochi preferiti (tipo The secret of Monkey Island, per intenderci), o parodie dei film che amavo (all’epoca adoravo le parodie dei classici della letteratura e del cinema su Topolino). Adesso scrivere è diventato quasi una funzione vitale, come respirare, o forse più un senso, che mi dà la possibilità di captare spunti per potenziali storie da ciò che vedo e che sento. E infatti prendo continuamente appunti.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Non lavoro con un vero e proprio metodo, ma vorrei averne uno, eccome! Purtroppo, essendo un «libero professionista» e non potendo vivere di sola scrittura, cerco di ricavarmi delle sacche di tempo per scrivere; in generale, però, scrivo meglio la mattina, diciamo tra le otto e le undici, dopodiché le mie energie si esauriscono: segno che, alla fine, forse non non sarei in grado di vivere di sola scrittura.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Non credo che esista l’ispirazione ma – almeno stando alla mia esperienza – «momenti sì», in cui le parole si infilano con scioltezza una dietro l’altra, e «momenti no», in cui la stesura di una frase si trasforma in un parto doloroso. Ci vogliono più che altro condizioni ambientali favorevoli: nessuna persona intorno, nessuna distrazione, nessun rumore. In poche parole, solitudine.
Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Ho tre lettori ideali, persone in carne e ossa, a cui penso mentre scrivo, immaginando le loro reazioni. Più che lettori ideali, sono lettori «idealizzati». Li conosco abbastanza bene, ormai, e capita spesso che le loro reazioni coincidano con quelle che ho immaginato; per cui, se nella mia mente reagiscono con perplessità a un determinato punto di un testo, cerco di intervenire affinché la loro reazione, sempre nella mia mente, cambi – ma non è facile.
In generale cerco di far leggere i miei manoscritti a quanti più amici possibile: ognuno di loro, con la propria sensibilità e anche la propria professionalità, può dare contributi importantissimi: ad esempio, ho un caro amico ingegnere che non ama leggere, ma accetta sempre volentieri di dare un’occhiata ai miei manoscritti. I risultati sono spesso sorprendenti: grazie alla sua mentalità «quadrata» trova sempre sviste ed errori di logica nella trama.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Sono davvero tanti, ma se ripenso a Le mie cose, il romanzo con cui ho esordito, devo dire che ad avere lasciato un segno indelebile su di me sono stati Philip K. Dick, Douglas Adams, Don DeLillo, Jonathan Franzen, David Foster Wallace, Tullio Avoledo, i fratelli Coen, Bill Watterson, Six Feet Under

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
Di libri anch’io-voglio-scrivere-così ce ne sono stati molti, che mi hanno chiarito le idee su che tipo di storie volevo scrivere, ma anche su come volevo scriverle. L’ultimo credo sia Lo stato dell’unione di Tullio Avoledo. È un romanzo con un solido impianto narrativo di genere (thriller) che però è anche satira del presente; sa essere al tempo stesso comico e tragico, grottesco e realistico; passa dai piccoli problemi quotidiani legati alla famiglia al grande complotto planetario. C’è tutto: è perfetto.
Per quel che riguarda i libri posso-fare-megli-di-così penso al mio.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
I momenti in cui mi sono trovato più in difficoltà sono stati quelli in cui la trama si ingarbugliava, e non sapevo come venirne fuori. I motivi erano diversi: troppi personaggi, troppe linee narrative, scene che mi sembravano particolarmente incisive o divertenti e verso le quali la storia doveva per forza tendere… be’, credo che la soluzione sia già implicita nelle mie parole: ho dovuto rinunciare, tagliare, snellire. Certo, è dura quando ci si è affezionati a un personaggio, ma alla fine ho sempre provato un senso di liberazione, anche perché da quel momento in poi… le cose riprendevano a funzionare! Bisogna imparare che nulla di quello che si scrive è sacro e intoccabile – e comunque può sempre essere «riciclato» – ma soprattutto acquisire un certo grado di consapevolezza dei propri testi, e chiedersi sempre: «Ma di che cosa parla, questa storia?», «Dove sta andando?». E ammetto che in quei momenti di crisi, quando il romanzo sembrava impossibile da sbrogliare, non avevo affatto le idee chiare.

Come affronti le critiche?
Di natura sono molto permaloso, ma mi sono reso conto che, a parte qualche eccezione, riesco a reagire abbastanza bene alle critiche. Considero la scrittura come un percorso, un’evoluzione continua, vorrei che tra un mio romanzo e l’altro (in termini del tutto ipotetici, visto che al momento ne ho pubblicato uno solo) ci fosse un «salto». Ma dove conduca tutto questo, proprio non so dirlo.

La tua lezione per Incipit riguarda la costruzione di un personaggio: ce la presenti in poche parole?
Con la mia lezione, attraverso la lettura e l’analisi di un passo de Le correzioni di Jonathan Franzen, cercherò di dimostrare come basti davvero poco per costruire un personaggio memorabile: l’importante è saperlo «mostrare».

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.

Prima di tutto non devono inventarsi alibi. «C’ho tutto il romanzo qui in testa ma non ho trovato ancora la voce narrante.» No! Bisogna scrivere, scrivere, scrivere. Tutto si risolve nel momento in cui si scrive. Avere le cose in testa non è scrivere! E poi, una volta che finalmente si è scritto, una volta che si è portata a termine la propria opera, occorrerebbe mettere da parte, almeno per un po’, l’«ansia da pubblicazione». Si sentono spesso domande del tipo: «Come si fa a pubblicare?» o «Ora che ho finito il mio romanzo devo rivolgermi a un agente?», ma quasi mai si chiede: «Come posso essere sicuro che il mio romanzo sia un buon romanzo?» o, più banalmente, «Quand’è che un romanzo può considerarsi finito?».

 





Intervista a Margherita Oggero

2 11 2009

Margherita Oggero, prima di scrivere gialli, insegnava lettere nei licei torinesi. Domani, sarà la nostra insegnante per la terza lezione di Incipit: parlerà di ciò che viene prima della scrittura: dall’alba dell’idea, alla progettazione del testo fino al momento di realizzarlo.
Se ancora non lo avete letto, non perdete l’incipit del suo primo romanzo, La collega tatuata.

Margherita OggeroIniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?
Scrivo perché mi è sempre piaciuto farlo. E poi la scrittura ha meno effetti collaterali degli psicofarmaci.

Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?
Scrivo nel mio studio, al computer. Di pomeriggio, quasi mai di mattina, perché ho il risveglio lento e torpido. Quasi mai anche di sera, perché la sera è il momento dedicato agli amici o alle letture.

Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?
Lavorando qualche brandello d’ispirazione viene. Ci sono però momenti in cui la mente è chiusa da una serranda: allora è inutile insistere, meglio andare a fare una passeggiata.
Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?
Non immagino mai i lettori, preferisco lasciarli vaghi e indifferenziati nella mia mente. Se no c’è il rischio di scrivere per compiacere  una certa categoria di lettori, invece di scrivere quello che si vuole. In anteprima i miei lavori di legge mio marito, e spesso mi dà consigli che raramente seguo. Seguo invece di più i consigli della mia editor.

Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?
Sono soprattuto gli autori di lingua inglese e i sudamericani. Con molta presunzione: Roth, Foster Wallace, Munro, Ocampo, Soriano, Amado.

Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?
Pastorale americana. In quanto a quello “posso far meglio di così”, non si dice, per rispetto, dell’autore o degli autori.Che sono parecchi.

Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?
il momento peggiore è quando la storia sembra avvitarsi su se stessa e non vedo possibilità decenti di uscita. Lo supero mettendo il testo momentaneamente in riposo e scrivendo qualcos’altro.

Come affronti le critiche?
Se sono negative o riduttive cerco di capire in che cosa abbiano ragione. C’è da dire che una critica negativa lascia sempre dell’amaro in bocca, ma non mi verrebbe mai in mente di contestarla. Nel momento in cui si pubblica, si ha il dovere di accettare il parere degli altri.

La tua lezione per Incipit riguarda della struttura della narrazione: ce la presenti in poche parole?
In poche parole si rischia di banalizzare con una formula un discorso che deve invece essere articolato.

Per finire, un consiglio per gli aspiranti.Il consiglio migliore è: leggere tanto e poi provare a scrivere. Senza scoraggiarsi. A scrivere si impara scrivendo

) Iniziamo con una domanda facile facile… perché scrivi?

2) Parliamo del tuo metodo: dove, come, quando scrivi?

3) Cosa pensi dell’ispirazione? Aspetti che arrivi lei per scrivere, o pensi che si faccia viva a forza di lavorare?

4) Chi è il tuo lettore ideale? E pensi serva qualcuno di fidato a cui far leggere il lavoro in anteprima?

5) Quali sono i tuoi autori e artisti di riferimento?

6) Qual è stato il libro che ti ha fatto pensare “anch’io voglio scrivere così”? E quello “posso fare meglio di così”?

7) Qual è il peggiore momento nella stesura di un testo? E come lo superi?

8) Come affronti le critiche?

9) La tua lezione per Incipit riguarda della struttura della narrazione: ce la presenti in poche parole?

10) Per finire, un consiglio per gli aspiranti.





National Novel Writing Month

31 10 2009

NaNoWriMo 2009Scrocchiate le falangi e scaldate le tastiere: stanotte parte il NaNoWriMo, ovvero il National Novel Writing Month, ovvero una folle maratona di scrittura su internet.

È un progetto americano, nato a San Francisco nel 2000, che però ormai attira partecipanti di tutto il mondo.

I partecipanti sfidano se stessi a scrivere un romanzo in un mese. La gara è contro se stessi, e la vittoria è personale: riuscire a stilare in 30 giorni una prima bozza, battendo il proprio critico interiore. Si tratta di scrivere 1700 parole (circa 10mila battute) ed è un eccellente modo per smettere di sognare di scrivere “prima o poi e per forzarsi a farlo davvero.

Dicono, sul sito:

Valorizzando più l’entusiasmo e la costanza che un lavoro meticoloso, il NaNoWriMo è un programma per la scrittura di romanzi per tutti quelli che per un istante hanno pensato di scrivere un romanzo, ma si sono spaventati per il tempo e lo sforzo richiesti.

Proprio per la limitata finestra temporale destinata alla scrittura, la sola cosa che conta nel NaNoWriMo è far uscire qualcosa. È una questione di quantità, non di qualità. L’approccio da kamikaze ti impone di abbassare le aspettative, correre rischi, e scrivere a ruota libera.

Non temere: scriverai un sacco di schifezze. Ed è una buona cosa. Costringendoti a scrivere in modo così intensivo, ti dai il permesso di commettere errori. Di lasciare perdere i continui aggiustamenti e le modifiche, e semplicemente creare. Di costruire senza demolire nulla.

Proprio perché scrivere è un processo solitario, faticoso e frustrante, può aiutare sapere di non essere soli, e avere qualcuno – in questo caso migliaia di persone, centinaia solo in Italia – con cui condividere l’esperienza, seppure solo virtualmente:

Mentre passi il mese di novembre scrivendo puoi tranquillizzarti pensando agli altri partecipanti del NaNoWriMo, che in tutto il mondo provano gli stessi dolori e gioie scrivendo il Grande Romanzo Frenetico. Gli Wrimo si incontrano per tutto il mese per darsi incoraggiamenti, commiserarsi, e — quando il lavoro è finito — darsi a quella baldoria sguaiata che di solito spaventa animali e bambini piccoli.

Non importa il genere, il tema, la trama, la lingua in cui scrivete. Quello che conta è raggiungere le 50mila parole entro la mezzanotte del 30 novembre (Non c’è alcun rischio che vi rubino le idee, perché i testi inseriti non sono pubblici).

È prima di tutto un ottimo esercizio di scrittura, dove conta andare avanti senza perdersi in revisioni in progress, che a volte sono l’anticamera del blocco.

Potreste pensare di non avere tempo, di non avere l’idea, di non avere il coraggio o le capacità… ma alla fin fine, non rischiate nulla a provarci. Anche decideste di partire tra tre giorni, se anche arrivaste a fine mese con 10mila parole, non sarebbe già un gran risultato, e chissà, magari l’inizio di qualcosa di concreto?





Letture in libertà

28 10 2009

Libertà totale e primi sprazzi di libertà. Due angoli opposti del mondo, due storie che ci fanno ben sperare.

Di cosa stiamo parlando? Di lettura, ovviamente!

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A New York, Nina Stankovitch, ex avvocato di 46 anni, ha deciso di consacrare le sue giornate alla lettura. Nina legge ovunque e sempre, giorno e notte. Ha deciso di leggere un libro al giorno per un anno (sotto le 300 pagine, con qualche eccezioe) e di documentare la sua impresa sulle pagine del blog readallday.org, dove posta le recensioni dei libri appena terminati. Ha iniziato il 28 ottobre 2008 con L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, ma ha letto di tutto: dai classici, ai noir, ai best-seller, senza pregiudizio alcuno. Non sono mancati nemmeno gli autori italiani, nelle sue giornate di letture: Calvino e Moravia, ma anche autori contemporanei come Valeria Parrella e Andrea Camilleri. Il perché di questa impresa che molti adorerebbero imitare? Un tributo in memoria della sorella, morta prematuramente e appassionata lettrice. Oggi, 28 ottobre 2009, a un anno esatto dall’esordio, il suo progetto termina. E’ un vero peccato e speriamo che continui. Al New york Times, Nina ha dichiarato: “Amo leggere, non c’è altra cosa al mondo che vorrei fare di più, e con il blog voglio dividere la mia gioia”. E noi non potremmo essere più d’accordo.

***

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Dall’altro lato del pianenta, invece, in Corea del Nord, timidi passi verso la libertà. Nella Biblioteca nazionale di Pyongyang, la capitale, infatti, non si leggono più solo i testi coreani approvati dal regime, ma anche, sorprendentemente, grandi classici internazionali e provocatori come 1984 di George Orwell e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Repubblica riporta la notizia di una visita nella Biblioteca, dove sono disponibili ai lettori centinaia di titoli della letteratura occidentale, da Hugo a Hemingway, da Twain a Maupassant, passando per Shakespeare, Dante e Tolstoj. Secondo la bibliotecaria, 1984 è molto richiesto e a volte bisogna aspettare qualche giorno per poterlo leggere: e chi può dar torto ai lettori, data la situazione politica in cui si trovano i coreani. Queste aperture fanno, tuttavia, ben sperare, e chissà che tra qualche anno non sia un coreano a provare l’ebbrezza di un anno da lettore!